Parla Somoza: “Ho rivisto il Papa che mi ha salvato la vita”

21 luglio 2017 News

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Credit Osservatore Romano

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Lo ha fissato negli occhi e stringendogli la mano ha pronunciato queste parole: «Chi avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati qui, eh?». Papa Francesco si è rivolto così ad Alfredo Somoza, 59 anni, giornalista  argentino che ora vive a Vimercate, vicino a Milano.

Dopo 38 anni si sono rivisti il 30 giugno scorso nella Sala Clementina, dove il Santo Padre ha ricevuto per il mezzo secolo della fondazione i membri dell’Istituto Italo-Latino Americano con cui Somoza collabora. È stata un’emozione che Alfredo ha voluto farci rivivere raccontando la storia del loro incontro in Argentina. Era il periodo della dittatura di Rafael Videla.

«Ho conosciuto padre Jorge quando ero studente all’università gesuita di Buenos Aires. Seguivo alcuni incontri che lui teneva da capo dei gesuiti argentini. Era un punto di riferimento e anche una fonte di informazioni preziose in tempi durante i quali la censura oscurava giornali e tv».

Fonte di informazione sì, ma non era facile comunicare.

«Lui usava delle parabole per far capire che la situazione era grave e che rischiavamo la vita. Ripeteva spesso “no te la creas” che in gergo vuol dire “falla corta” o “non essere arrogante”, ma anche “non credere a cosa ti dicono”. Era uno dei messaggi cifrati sulla propaganda della dittatura. Ma anche un segnale su una condotta di vita da impostare: sobrietà e ascolto».

Quindi si è preso dei rischi. 

«Certo. La Chiesa argentina aveva un comportamento ambiguo con la dittatura. Alcuni sacerdoti pagarono con la vita la protezione dei poveri, altri furono conniventi con i generali. I gesuiti guidati da Bergoglio tennero una posizione prudente. Poi si seppe che il futuro Papa rischiò di persona per salvare tanta gente. È un tema di cui non ama parlare, ma che in tanti ricordiamo bene».

Un impegno che la raggiunse?

«Sì. Curavo una rivista culturale clandestina e ho dovuto affrontare l’apparato repressivo della dittatura. Con qualche conseguenza. La mia fuga per la vita fu “accompagnata” da una struttura che aveva perfezionato Bergoglio e che mi permise, passando dal Brasile, di arrivare in Italia come rifugiato politico».

Da quando vive in Italia?

«Sono arrivato nel 1981 e due anni dopo sono tornato a fare il giornalista in una radio. Ho cominciato a insegnare e a scrivere libri, tra cui ricordo Oltre la crisi, fino alla direzione e alla presidenza della ICEI, un’associazione impegnata nella solidarietà e nello sviluppo».

E il Papa che c’entra?

«Il libro stava per essere stampato nei giorni dell’elezione. Quando seppi che Bergoglio era diventato Papa, chiamai l’editore, gli chiesi di fermare tutto e lasciarmi 24 ore. Scrissi il capitolo “Il primo Papa dell’era Brics” (è la sigla  dell’associazione dei 5 Paesi con le principali economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ndr) sul significato per il mondo del primo pontefice non europeo. Inviai una copia a Francesco che mi ringraziò con una lettera e la benedizione apostolica».

Però di persona c’è stato solo il recente incontro in Vaticano. 

«Sì. Mi sono avvicinato e gli ho detto: “Padre Jorge, si ricorda di questo suo studente all’università dei gesuiti di Buenos Aires?”. Lui ha sussultato, poi si è aperto con un sorriso dicendomi “Chi avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati qui, eh?”. Ha ricambiato con un abbraccio e una benedizione. Nessuno di noi poteva immaginare che la vita avrebbe dato a me l’opportunità di ricominciare e a lui di diventare il pastore della comunità mondiale».

di Antonio de Felice

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