Monsignor Becciu, uno dei maggiori collaboratori del Papa, ci racconta Francesco

5 aprile 2018 News

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Credit Osservatore Romano

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Monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali (è il numero due) della Segreteria di Stato vaticana, illustra a Il mio Papa le questioni centrali del pontificato a cinque anni dall’elezione del Pontefice. 

Lei guida da sette anni la sezione interna del “governo” vaticano e da cinque è tra i più stretti collaboratori di papa Francesco: come è iniziato il vostro rapporto? 

«Non posso dimenticare il nostro primo colloquio. Appena dopo che si era sciolto il conclave che lo aveva eletto, il Papa mi aveva fatto chiamare al pensionato di Santa Marta dove risiedeva per prendere subito contatto con i dossier e le questioni più urgenti che andavano sbrigate. Io non lo avevo mai incontrato prima, quindi non sapevo che cosa aspettarmi. Non sapevo nemmeno come si sarebbe svolto l’incontro. Lui, come fosse la cosa più normale, mi invitò a salire su ed entrare nella stanza che in tutta fretta gli avevano assegnato perché da subito aveva rifiutato di andare nell’appartamento papale del Palazzo apostolico. Dunque entrai nella camera molto semplice dove c’erano due sedie piene di carte, una scrivania e un letto. Ci guardammo un attimo, tutti e due in piedi, io un poco esitante. Il Santo Padre quindi mi rivolse un sorriso, avvicinò una delle due sedie, la liberò dalla montagna di fogli che c’erano sopra e mi ci fece accomodare mentre lui si sistemò seduto sul letto.  E così, uno davanti all’altro, seduti in quella maniera un po’ strana passammo tutto il tempo dell’udienza ad esaminare cartelle e documenti».

Da allora che tipo di consuetudine avete instaurato?

«Ci vediamo tutti i lunedì sera per l’udienza settimanale. Gli passo in rassegna i vari dossier. Alle volte piuttosto che leggere i vari incartamenti preferisce che sia io a illustrargli le questioni chiedendomi sempre quali sono tutte le posizioni in campo. Ci sentiamo spesso anche al telefono, per le cose più urgenti. Poi, come sostituto della Segreteria di Stato accompagno il Papa in tutti i suoi viaggi all’estero e in Italia. In più abbiamo avviato una piccola tradizione ormai consolidata».

Di che si tratta?

«Quando fu eletto cinque anni fa era marzo e si avvicinava la Pasqua. Così il Papa un giorno mi fece chiamare per chiedermi quali fossero le tradizioni che si osservavano in Vaticano in quei giorni. Parlammo della Lavanda dei piedi e degli altri riti. Lui mi incalzò ancora: “E che altro?”. Mi venne quindi spontaneo raccontargli che il Giovedì Santo, che è anche la festa del sacerdozio, avevo l’abitudine di invitare a pranzo, di volta in volta, alcuni parroci romani, specie quelli delle periferie. È un momento importante per noi, spiegai al Santo Padre, perché a volte i preti possono sentirsi anche soli, affaticati da mille incombenze quotidiane. La cosa al Papa piacque tanto e mi disse: “Bellissimo e quest’anno chi invita?”. E io risposi, “Santo Padre, il primo sarà lei perché la vedo un po’ disorientato!”. Così è cominciata una consuetudine che non abbiamo mai saltato». 

Papa Francesco sa essere anche un amico con presenza di spirito. Ne ha avuto prova?

«Una volta davvero mi sorprese. Come dicevo, accompagno sempre il Papa nei viaggi internazionali. Ma quando fu la volta della missione in Messico capitò che alla vigilia ebbi un piccolo malore e il medico mi sconsigliò il viaggio. Rimasi quindi in Vaticano a seguire dalla tv. Come sempre il Papa era pieno di impegni tra celebrazioni, incontri, visite alle autorità. A un certo momento squillò il telefono, era lui. Mi chiamava per sapere come stavo. Lo assicurai dicendo che mi sentivo bene. Parlammo un po’ e mi salutò con una battuta: quasi, quasi, mi disse, ero stato fortunato a non andare perché il cibo era piccantissimo, “troppo peperoncino!”». 

È da poco trascorso il quinto anniversario di pontificato. Il Papa come lo ha trascorso?

«Ci siamo incontrati la sera precedente. L’ho trovato contento e sereno. Gli ho trasmesso gli auguri del nostro ufficio e anche lui ha ringraziato il Signore per il dono della Chiesa che sta guidando. L’indomani la giornata è trascorsa come sempre, con i tanti impegni di tabella e nessuna festa particolare: non è nel suo stile».

Molti si chiedono se c’è differenza tra il Francesco pubblico e quello privato.

«Anche conoscendolo un po’ di più non si avverte una differenza tra il pubblico e il privato. Quel che appare pubblicamente lo è privatamente. Sa scherzare e mette a proprio agio i visitatori. Con noi della Segreteria di stato, fin da subito non ha voluto che andassimo a incontrarlo in tenuta ufficiale ma in maniera semplice, con i vestiti di tutti i giorni».  

Questa allergia al protocollo non lo ha mai abbandonato.

«Ha scelto il nome di san Francesco proprio per richiamarsi allo stile radicale del Poverello di Assisi. Sempre in uno dei nostri primi incontri mi chiese: “Ma io sto rompendo il protocollo? Vi sto dando fastidio?”.Ma da quella strada non è più tornato indietro. Il suo è un ribellarsi a certe regole che sono modificabili, che fanno parte del tradizionalismo, non della tradizione. Dopotutto, il protocollo non deve essere una prigione ma uno strumento per esercitare meglio il ministero. Lui lo esercita con quella normalità che gli fa portare da solo la borsa con le carte quando viaggia».

Lei che gli è molto vicino quali pensa siano le maggiori preoccupazioni del Papa?

«Il suo pensiero è quello di dare ai ragazzi una risposta alla loro ricerca di felicità e di fede, tant’è che verrà celebrato tra non molto un Sinodo dedicato ai giovani. Il Papa lo ha voluto per metterli al centro della Chiesa, ascoltare i loro pensieri, le loro aspettative e anche le aspirazioni che nutrono. Francesco incoraggia i giovani a pensare in grande, a dare degli ideali alti alla propria vita, a non avere paura di assumersi delle responsabilità».

Che altro si agita nel cuore
di Francesco?

«In cima ai suoi pensieri c’è la pace. È una missione che porta avanti con un dialogo personale di forte empatia con i leader della Terra ma anche con gesti concreti. Ricordo la complessa organizzazione per il viaggio apostolico a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove ha voluto aprire la prima porta santa del Giubileo della Misericordia. Il Paese è martoriato dal conflitto interno ancora in corso tra fazioni. Sembrava una missione impossibile. Sulla scrivania alla vigilia della partenza avevo i report delle polizie internazionali che sconsigliavano fortemente un viaggio in cui la stessa incolumità del Santo Padre poteva essere a rischio.  Eppure, informato di tutto ciò, il Papa non ha voluto desistere ed è riuscito, mettendo piede a Bangui, a portare gli occhi di tutto il mondo su questa terra dimenticata».

Francesco ha espresso anche la sua paura per la tensione nucleare. 

«Sì ed è per questo che in questi giorni ha accolto molto favorevolmente le notizie sulla volontà del presidente americano Donald Trump e del leader della Corea del Nord Kim Jong-un di incontrarsi. Francesco guarda con molta speranza a una possibile svolta nei loro rapporti, consapevole che la posta in gioco è altissima e riguarda il destino di tutta l’umanità».  

A proposito di viaggi pensa che tra i traguardi del pontefice possa esserci anche una visita in Cina?

«Il Papa si è espresso su questo argomento già da tempo, dicendo che se ci fossero le condizioni andrebbe l’indomani stesso per visitare questo grande Paese. Rimane uno dei suoi più maggiori desideri. Non sappiamo ancora se si potrà attuare, ma il Papa ci ha abituato a delle grandi sorprese».  

Qual è il più grande sogno di Francesco?

«I suoi sogni sono tanti ma io penso che più di tutti ci sia quello di avvicinare le persone al Vangelo, soprattutto i giovani».

di Nina Fabrizio

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