Papa Francesco: “Solidarietà agli immigrati”

23 febbraio 2015 Foto e video story

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Luglio 2013, il Santo Padre durante la visita a Lampedusa (credits: Getty Images)

Luglio 2013, il Santo Padre durante la visita a Lampedusa (credits: Getty Images)

Una settimana terribile per il Mediterraneo, tra venti di guerra e dramma dell’immigrazione. Come abbiamo sentito ai telegiornali, in Libia, stato che è nostro dirimpettaio, la guerra condotta dai terroristi dell’Isis contro il governo locale è sempre più violenta. E tra le vittime innocenti sono finiti anche 21 cristiani copti egiziani, brutalmente decapitati.

Una notizia che ha colpito il cuore di papa Francesco: «Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristianiIl sangue dei nostri fratelli è testimonianza di fede... e se cattolico, ortodosso, copto, luterano non interessa perché il sangue è lo stesso, sangue nel nome di Cristo», ha detto lunedì scorso. Una morte tragica che si somma a quella avvenuta solo pochi giorni prima, l’11 febbraio, di 330 persone. Erano partite proprio dalle coste libiche a bordo di gommoni: uccise dal freddo e dal mare mosso.

Il Santo Padre, nell’udienza di mercoledì, proprio a loro ha rivolto un pensiero perché «figli e fratelli di tutti» troppo spesso ignorati. «Seguo con preoccupazione le notizie giunte da Lampedusa, dove si contano altri morti tra gli immigrati a causa del freddo lungo la traversata del Mediterraneo. Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime e incoraggiare nuovamente alla solidarietà e alla cooperazione affinché a nessuno manchi il necessario soccorso». Cristiani nei luoghi di guerra e immigrati: uniti dall’essere quegli«ultimi degli ultimi» di cui Francesco non si dimentica mai. Basta ripensare a quel viaggio a Lampedusa che il Papa aveva fatto l’8 luglio del 2013 come prima meta del suo mandato, appena 4 mesi dopo l’elezione.

L’attenzione per la vita degli immigrati
Fu don Stefano Nastasi, allora parroco di Lampedusa, a scrivergli una lettera per raccontare cosa succedeva su questo pezzetto di terra. Poi l’arcivescovo  di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro (appena consacrato cardinale), gli mandò un invito, ricevuto il quale il Papa partì quasi subito. E una volta lì, nell’omelia pronunciata durante la messa all’Arena di Lampedusa davanti a migliaia di persone, disse: «Ho sentito che dovevo venire per pregare con voi, compiere un gesto di vicinanza, ma anche risvegliare le coscienze, perché ciò che è accaduto non si ripeta».

È accaduto di nuovo invece, e ancora… Ma Francesco non ha mai smesso di pregare. Facendo anche gesti di solidarietà per mezzo del suo Elemosiniere, monsignor Konrad Krajewsky. Nel luglio del 2014, anniversario della visita ai lampedusani, il Pontefice ha scritto di nuovo a monsignor Montenegro per ribadire che lui, “l’Isola”, ce l’ha sempre nel cuore: «…Mi reco ancora una volta spiritualmente al largo del mare Mediterraneo per piangere con quanti sono nel dolore e per gettare i fiori della preghiera di suffragio per le donne, gli uomini e i bambini che sono vittime di un dramma che sembra senza fine. Esso richiede di essere affrontato non con la logica dell’indifferenza, ma con la logica dell’ospitalità e della condivisione, al fine di tutelare e promuovere la dignità e la centralità di ogni essere umano».

Commosso e provato, il Papa lo abbiamo visto anche quando, un anno dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 366 persone, era riuscito a incontrare i superstiti e le loro famiglie in Vaticano: 37 eritrei, che in quell’occasione gli hanno chiesto sostegno e ai quali il Papa ha detto: «Sento cose che non si possono dire, perché non si trovano le parole per dirle. Tutto quello che avete sofferto si contempla nel silenzio, si piange e si cerca il modo di essere vicini».

E ancora: «A volte, quando sembra di essere arrivati al porto, ci sono cose durissime. Si trovano porte chiuse in faccia e non si sa dove andare. Ma ci sono molte persone che hanno il cuore aperto per voi. Chiedo a tutti gli uomini e donne d’Europa che aprano le porte del cuore!».

Una chiesa che deve allargare le braccia
Non meno forti le sue parole nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (18 gennaio 2015): anche qui ha chiesto alla Chiesa di «allargare le sue braccia per accogliere tutti », in particolare a chi fugge da pericoli come le guerre, le persecuzioni, le carestie, perché «nessuno può farcela da solo». La sua soluzione è stata quella di invitare a rispondere «alla globalizzazione del fenomeno migratorio con la globalizzazione della carità»: cioè più migranti ci sono, più servono coraggio, generosità e aiuto da parte di tutti gli uomini di buona volontà.

Sull’isola di Lampedusa di questi uomini-eroi ce ne sono tanti, ma Francesco ha ammonito le istituzioni, troppo spesso «sorde al dramma dei migranti e dei profughi». Anche nel messaggio di Natale “Urbi et Orbi” aveva chiesto ai governi di collaborare, di adoperarsi per inviare gli aiuti umanitari, là dove non fosse possibile fare altro. E così durante gli Angelus, le udienze in piazza. Così ogni volta che ha provato «vergogna» per ciò che accade a queste persone, morte in mare oppure vittime della tratta di esseri umani, della schiavitù, di varie e brutali forme di violenza.

(credits: Agf)

(credits: Agf)

Curiosità: cosa sono Mare Nostrum e Triton?
Mare nostrum” e “Triton”, due nomi un po’ strani che in questi giorni hanno riempito i nostri telegiornali. Ma di cosa si tratta? La prima è stata un’operazione militare e umanitaria decisa dal’Italia il 14 ottobre 2013 per affrontare il fenomeno migratorio e a seguito del naufragio in cui morirono 366 persone. Aveva due obiettivi: garantire la salvaguardia della vita in mare e assicurare alla giustizia i trafficanti. All’operazione partecipavano personale e mezzi della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto. Grazie a “Mare Nostrum” sono stati salvati 166 mila migranti. Alla fine dello scorso agosto, l’Unione Europea e e l’agenzia europea per il controllo delle frontiere hanno deciso di supportare “Mare Nostrum”, dando vita all’operazione “Triton”: a differenza di “Mare Nostrum”, lo scopo è il controllo della frontiera e non il soccorso.

 

di Cecilia Seppia

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