Papa Francesco, l’intervista al quotidiano argentino Clarín

9 agosto 2014 Foto e video story

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(credits: Getty Images)

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Per un momento la Casa di Santa Marta sembra quasi trasformarsi in uno dei tanti Bar Sport sparpagliati in tutta Italia. Si parla di calcio, della stagione del San Lorenzo (la squadra del cuore del Santo Padre), degli striscioni con il volto di papa Francesco che nell’ultimo anno sono via via comparsi sulle tribune degli stadi, sventolati con orgoglio dai “cuervos” (cioè i tifosi del San Lorenzo).

E il protagonista di quegli striscioni sorride, mentre il giornalista Pablo Calvo annota qualche appunto sul suo taccuino. Questa intervista del tutto confidenziale al Papa, in occasione dei suoi 500 giorni di pontificato, è destinata all’inserto domenicale del quotidiano argentino Clarín, introdotta dal titolo “Francisco íntimo – mano a mano con el hombre mas influyente del mundo”. Tradotto in italiano, suonerebbe pressappoco come “Faccia a faccia con l’uomo più influente del mondo”. Anzi, forse di più, quasi “cuore a cuore”.

La guerra per le isole Malvinas
Finite le chiacchiere calcistiche, Pablo Calvo posa la biro ed estrae dalla borsa la fibbia di una cintura. L’espressione di Bergoglio si fa profonda, quasi cupa, mentre il giornalista racconta di averla ricevuta da un soldato di trincea, impegnato nella guerra delle Falkland. La “guerra de las Malvinas”, come è conosciuta in Argentina. Una ferita aperta sin dal lontano 1982, anno in cui scoppiarono le ostilità per il possesso delle isole Malvinas, e che continua a essere al centro di uno scontro diplomatico tra Londra e Buenos Aires. «Grazie per questo, molte grazie» sussurra il Santo Padre, mentre prende la fibbia e la bacia, prima di riporla in una tasca.

“Concepciòn aiutava mia mamma a lavare”
Il giornalista riapre la borsa e, questa volta, tira fuori una lettera. Porta la firma della signora che si occupa di suo figlio da ormai tredici anni, commossa dalla dedica alle badanti e alle collaboratrici domestiche pronunciata dal Papa nell’Angelus del 15 giugno.

«Vi faccio una confidenza» dice Francesco aprendo i primi tre bottoni dell’abito. Estrae una medaglia del Sacro Cuore e continua: «Appartiene a una signora che aiutava mia mamma a lavare i panni con la tavola, a mano, quando ancora non c’era la lavatrice. Noi eravamo in cinque, mamma da sola, e questa signora veniva tre volte alla settimana ad aiutarla. Era una donna siciliana vedova, emigrata in Argentina con due figli dopo che suo marito era morto in guerra. Arrivò con pochissimo denaro, ma lavorò e riuscì a sostenere la propria famiglia. Io avevo circa dieci anni, poi i miei genitori si trasferirono e io smisi di vederla. Passò molto tempo e un giorno tornò a salutarci per San Michele, quando ero già sacerdote.

Dopo la persi di vista, però continuai a chiedere la grazia di poterla incontrare nuovamente, perché mentre era impegnata a lavare ci insegnava moltissime cose. Con le sue espressioni a metà tra l’italiano e lo spagnolo, ci parlava della guerra, di come si coltivavano i campi in Sicilia. Alla fine l’ho rincontrata, aveva già più di 80 anni, e l’ho seguita per dieci anni, fino alla sua morte. Un giorno si tolse questa medaglia e mi disse: “Voglio che la porti al collo lei”. Tutte le notti, quando me la tolgo, la bacio. E tutte le mattine, quando la indosso, mi torna in mente l’immagine di quella donna. Nessuno la conosceva, si chiamava Concepción Maria Minuto. Morì felice, con un sorriso, con la dignità di chi ha lavorato.

Per questo tengo tanto a cuore le badanti e le impiegate domestiche, che devono poter godere di tutti i diritti sociali, tutti. È un lavoro come gli altri, non deve essere oggetto di sfruttamento o di maltrattamento. Quello che ho detto per tutte queste donne un mese fa non era nell’Angelus originale, mi è uscito dal cuore».

Non abbandoniamo chi ha bisogno
Il Papa accarezza la croce d’argento che porta al collo, mentre insiste con vigore sulla necessità di difendere gli umiliati, gli offesi. Lo aveva ribadito anche nell’Angelus del 6 luglio, quando la sua dedica era andata alle “tante persone stanche e sfinite sotto il peso insopportabile dell’abbandono e dell’indifferenza”.

Il giornalista argentino gli ricorda un quadro degli anni Settanta di un artista loro connazionale, Antonio Berni, dal titolo “Contraste”: l’opera rappresenta due eleganti signori che cenano in un ristorante di lusso, mentre a pochi passi di distanza un uomo sta morendo di stenti. «Non me ne intendo di pittura e so che quello che dico sembrerà esagerato», commenta Francesco, «ma per me Berni è il Dostoevskij argentino: ha indagato l’umanità e il mistero dell’uomo come pochi. Bisogna vedere gli occhi dei bambini che dipinge Berni. Sono occhi tristi, sofferenti».

“Chi non cura gli anziani non ha futuro”
Come fare, dunque, a vincere questa sofferenza? Come combattere la tristezza nella vita di tutti i giorni, inseguendo il bene e la pace anche nel nostro piccolo? L’inviato del Clarín cita la canzone dei Beatles “All you need is love”, tutto quello di cui hai bisogno è amore. E ricordando con un sorriso al Santo Padre che tra lui e Paul McCartney ci sono solamente cinque o sei anni di differenza, ne approfitta per avanzare la domanda delle domande: qual è la vera ricetta della felicità? Bergoglio ride e scuote la testa, ma non si tira indietro. E incomincia così a elencare i suoi consigli. «I romani hanno un detto che recita “campa e lascia campa’”. Vai avanti e lascia che gli altri vadano avanti. Vivi e lascia vivere, insomma. È il primo passo in assoluto verso la pace e la felicità. Poi, è necessario darsi agli altri. Chi si stanca corre il rischio di essere egoista. E l’acqua che ristagna è la prima a imputridirsi. Ciò nonostante, è bene muoversi pacatamente.

Nel “Don Segundo Sombra” (un importante romanzo dello scrittore argentino Ricardo Güiraldes) c’è un passaggio molto bello in cui il protagonista riflette sulla propria vita. Dice che da giovane era un torrente pieno di pietre che si portava dietro tutto quanto, da adulto era un fiume impetuoso e nella vecchiaia sentiva di continuare a muoversi, ma pacatamente. Io utilizzerei proprio questa immagine di Güiraldes, quest’ultima parola: pacatamente. La capacità di muoversi con benevolenza e umiltà, la calma della vita. Gli anziani custodiscono questo sapere, sono la memoria di un popolo. E un popolo che non cura i propri anziani non ha futuro».

E’ importante giocare con i bambini”
Ma i consigli di Papa Francesco toccano anche gli aspetti più concreti della vita quotidiana. Il pontefice stringe delicatamente la croce con entrambe le mani, quasi in cerca d’ispirazione, e continua: «È importante giocare con i bambini. Adesso confesso poco, ma a Buenos Aires confessavo molto e quando veniva una giovane mamma le chiedevo: “Quanti figli hai? Giochi con i tuoi figli?”. Era una domanda che non si aspettava, però io le dicevo che giocare con i bambini è un punto fondamentale, è una cultura sana. È difficile, i genitori vanno al lavoro presto e tornano a volte quando i loro figli dormono già. È difficile, però bisogna farlo.

Inoltre è buona cosa trascorrere la domenica con la famiglia. L’altro giorno, a Campobasso, sono stato a un’assemblea tra il mondo universitario e quello operaio, tutti chiedevano a gran voce la domenica non lavorativa. La domenica è fatta per stare con la propria famiglia».

Diamo ai giovani la dignità del lavoro
Nella riflessione del Santo Padre, ovviamente, trovano spazio anche temi caldissimi dell’attualità. «Bisogna assolutamente aiutare i giovani a trovare un lavoro. Si deve essere creativi, se mancano le opportunità cadono nella spirale della droga. Ed è molto alto l’indice dei suicidi tra i giovani senza un impiego. L’altro giorno ho letto, anche se non ne sono certo perché non era un dato scientifico, che ci sono 75 milioni di giovani con meno di 25 anni senza un lavoro. Non basta dar loro da mangiare: serve dare vita a corsi da idraulico, elettricista, sarto. La dignità te la dà il portare a casa il pane. È necessario, poi, prendersi cura della natura, salvaguardare il creato. E non lo stiamo facendo. È una delle sfide più grandi che dobbiamo affrontare».

Bisogna gridare il desiderio di pace
Infine, il decalogo del Papa si completa con tre preziose dritte comportamentali, utili per poter arrivare alla tanto ambita pace con se stessi e con gli altri. E dunque alla felicità. «Dimentichiamoci rapidamente delle cose negative. La necessità di parlare male di qualcuno è indice di bassa autostima, è come dire: io mi sento tanto in basso che invece di innalzarmi, schiaccio l’altro.

Dimenticarsi velocemente di tutte le cose negative è sano. Allo stesso tempo, però, dobbiamo rispettare chi la pensa diversamente da noi. Il peggio che si possa avere è il proselitismo religioso, che paralizza: “Io parlo con te per convincerti”. Non va bene. Ognuno dialoga secondo il proprio punto di vista, la propria identità. La Chiesa cresce per attrazione, non per proselitismo.

In conclusione, è importante inseguire attivamente la pace. Stiamo vivendo in un’epoca dalle molte guerre. In Africa sembrano quasi guerre tribali, ma sono qualcosa di più. La guerra distrugge e il desiderio di pace bisogna gridarlo. La pace a volte dà l’idea della quiete, ma non è mai immobile, è sempre attiva».

Il Nobel? Non è nella mia agenda”
Pace. Una parola che Francesco ripete all’infinito, quasi a invocarla. Il giornalista Pablo Calvo la sottolinea con decisione sul suo taccuino, e ne approfitta per togliersi una curiosità. Da giorni gira la voce secondo cui il Santo Padre sarebbe in pole position per ricevere in autunno il premio Nobel per la pace: un’onorificenza che porterebbe con sé un assegno di oltre un milione di dollari.

«A che cosa destinerei quei soldi? Le dico la verità, è un tema totalmente assente dalla mia agenda – risponde con franchezza il pontefice -. Non ho mai accettato dottorati o quei titoli che offrono, pur senza disprezzarli, sia chiaro. Non ho bisogno di pensare a questa cosa, e tanto meno (aggiunge ridendo) di pensare a che cosa farei con quel denaro, in tutta sincerità. Però, a prescindere dalla questione premio o non premio, sono convinto che tutti debbano occuparsi della pace e fare subito ciò che è in loro potere. La pace è il linguaggio che bisogna parlare».

Non dimentichiamo il dramma degli orfani”
Il giornalista ascolta, annuisce e sottolinea ancora una volta la parola pace, diventata ormai la vera e propria protagonista del loro dialogo. Allo stesso tempo, però, non può fare a meno di ricordare i numeri delle emergenze umanitarie diffusi negli ultimi mesi dalle Nazioni Unite. Si parla di oltre 25 mila bambini senza genitori, 33 milioni di sfollati e almeno 16 milioni di rifugiati, un milione in più del periodo della Seconda guerra mondiale.

«Lei ha parlato di bambini senza genitori», interviene il Papa. «Oggigiorno, i trafficanti di esseri umani che attraversano il Centro America e il Messico e portano la gente negli Stati Uniti stanno trasportando bambini soli. I genitori li mandano da amici al di là della frontiera. Assicurano loro un futuro, però si rompe il legame, ed è un dolore durissimo.

Anche qui in Italia, mi dicono che i barconi che arrivano sulle coste siciliane e calabresi trasportano bambini soli, inviati dai genitori ad amici, e accompagnati magari da un vicino di casa, perché i genitori non possono». Una delegazione di fedeli svedesi, presente all’incontro, interviene facendo notare che, negli ultimi anni, la Svezia ha saputo accogliere 800 mila immigranti, a fronte di una popolazione di circa 9 milioni e mezzo di abitanti.

Francesco plaude allo storico spirito di accoglienza della nazione nordicada sempre in prima linea anche nell’ospitare gli stessi esiliati politici dell’Argentina. Ma non può fare a meno di puntualizzare che molti Paesi europei hanno paura, e che nel suo privato piange quando viene a conoscenza dell’ennesimo naufragio in mare di un barcone, delle frequenti morti di persone disperate che scappano dalla propria casa in cerca di un futuro che non ci sarà.

Non bisogna cenare con la tv accesa
Nei suoi primi 500 giorni di pontificato ha dovuto affrontare sfide incredibilmente impegnative e la sua attenzione si è divisa costantemente tra i fronti caldi internazionali e la necessità di rinnovamento interno della sua Chiesa. Eppure, trova ugualmente il tempo per lasciare ai propri fedeli un sorriso in ricordo. Cellulari e macchine fotografiche scattano all’impazzata nella Casa di Santa Marta, mentre l’incontro volge al termine. In un tripudio di clic tecnologici e autoscatti, il reporter argentino prova a stuzzicare un’ultima volta Bergoglio, interrogandolo proprio sulla sua opinione della tecnologia. E in particolare di quelle famiglie tanto ossessionate dai propri gingilli elettronici da dimenticarsi l’importanza del dialogo.

«Il consumismo ti porta a fagocitare il tempo e a non condividerlo con la tavola familiare – riflette –. Capisco che vedere i notiziari alla televisione sia un aiuto, ma mangiare con la tv accesa non permette la comunicazione ». Giusto il tempo di un ultimo saluto, qualche regalo da scambiare, e per il Papa è arrivato il momento di abbandonare la sala. Pablo Calvo ripone la penna dopo 77 minuti di incontro faccia a faccia con il Santo Padre. Anzi, forse di più, quasi cuore a cuore. Stringe la mano ai fedeli che hanno condiviso con lui quella che si è rivelata una chiacchierata tra amici e ne approfitta per dare un’occhiata a uno scatto immortalato dal signore seduto accanto a lui.

La sua attenzione si focalizza sul volto di Papa Francesco. Ciò che vede è l’espressione di chi si dà agli altri senza alcuna riserva, di chi vive e lascia vivere e ha imparato con il tempo a muoversi con benevolenza. È il sorriso di chi gioca con i bambini, di chi ripone un’autentica fiducia nel futuro dei giovani e del pianeta, ma anche di chi riesce a dimenticarsi con uno schiocco di dita delle cose negative, pur rispettando sempre l’opinione altrui. È lo sguardo felice e ostinato di chi ogni mattina si sveglia, mette al collo una medaglia del Sacro Cuore e si prepara a inseguire la pace.

A cura di Filippo Piva

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