Francesco e il cappellano del carcere di Padova per un programma TV

25 ottobre 2017 News

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44 Papa Don Pozza

Credit Ufficio Stampa TV2000

Tra la vita di comunità, 10 km di corsa al giorno e il coraggio di andare incontro agli altri senza la “protezione” della tonaca, don Marco Pozza, 37 anni, è un prete «scassato» (così dice di se stesso) capace di conquistare la stima di un «prete di strada» come papa Francesco. Il quale, tra mille impegni, ha accettato di essere intervistato da don Marco, cappellano del carcere “Due Palazzi” di Padova ma anche scrittore e teologo, sul significato della preghiera che impariamo da bambini, il “Padre nostro”, nell’ambito dell’omonima trasmissione Padre nostro in onda dal 25 ottobre su Tv2000. Don Marco racconta l’incontro. 

Quante volte ha incontrato papa Francesco?

«Ho perso il conto… La prima è stato quasi un anno fa al Giubileo dei detenuti. Da cappellano del carcere di Padova accompagnavo in Vaticano un gruppo di reclusi. A sorpresa fummo ricevuti da Francesco in persona. Passò qualche giorno e ricevemmo una videochiamata nel giorno del suo 80° compleanno. Due mesi dopo invitò una delegazione del carcere a colazione a Santa Marta: ci consegnò una lettera firmata di suo pugno sull’abolizione dell’ergastolo. Poi, dopo una serie di contatti , tre mesi fa Francesco ha dato la disponibilità per una giornata a registrare l’intervista filmata ». 

Com’è nato quest’incontro?

«Un giorno ero pensieroso davanti alla macchinetta del caffè. Un detenuto l’ha notato e mi ha chiesto cosa pensassi. Gli ho raccontato l’idea e ha detto: “Secondo me il Papa s’innamora del progetto”. “Che esagerato!”, ho pensato. Poi però mi sono ricordato che quando Dio ama esagera sempre e ho scritto una lettera a Francesco. Mai avrei sperato! Quando ha accettato pensavo al massimo a un’intervista di cinque minuti: già così avrebbe reso prezioso il nostro lavoro. Poi per capire meglio la sua disponibilità, gli ho chiesto “Per quanto tempo?”.“Quello che serve!”, ha risposto». 

A tu per tu con il Papa che sensazioni ha provato?

«Il tempo è passato veloce e non me ne sono quasi accorto. Solo ora mi rendo conto di quel che è accaduto e mi sembra irreale. Ho avuto la percezione di parlare con Cristo: alla fine mi è venuta una gran voglia di abbracciarlo. È stato come chiedere a un nonno “tu che mi hai insegnato il Padre Nostro spiegami che cosa significa”».

Durante l’intervista aveva un quaderno in mano. 

«Per appunti e domande che non potevo farmi sfuggire: una specie di agendina del giudice Borsellino (quella da cui non si separava mai, ndr). Prima dell’incontro mi sono sentito in dovere di anticipare al Papa le storie del programma. La cosa incredibile è che accanto alle tracce che gli avevo inviato mi sono accorto che aveva scritto delle note a margine. Ma al dunque si è fidato e ha detto: “Lasciamo perdere gli appunti, andiamo a braccio”». 

E lei dov’era quando è arrivata la “convocazione”? 

«Ero tornato da poco da un pellegrinaggio in Terra Santa ed ero in carcere, una giornata come un’altra. Ci siamo messi d’accordo e qualche giorno dopo ho preso un treno per Roma, in giornata. Con la nostra conversazione ancora “fresca” all’indomani ho chiamato due detenuti, Enrico e Marzio, dicendo “Ho letto da qualche parte queste parole del Papa, proviamo a raccontarle attraverso le vostre storie”. È venuta fuori così la 2ª parte del libro (Padre nostro, Rizzoli e Libreria Editrice Vaticana, in uscita il 23 novembre, ndr). Non giustifico le azioni dei miei ragazzi però la verità delle loro storie mi ha permesso sia di incontrare Francesco che di diventare più uomo».

Compare anche suo padre.

«Con lui non ho mai parlato tanto come in tv… Ho scoperto un uomo che ha sofferto, soprattutto quando da disoccupato non riusciva ad aiutare la famiglia».

Ha presentato il Papa ai suoi?

«Sì a messa in Santa Marta. Anche loro che sono persone semplici hanno avuto la sensazione di conoscere un nonno».

Pensa di aver conquistato la simpatia di Francesco?

«Gli sono simpatiche le persone meno fortunate che io ho la fortuna di rappresentare. Sono loro i veri amici del Papa!»

E con i detenuti?

«Niente è più come prima da quando sappiamo che il nostro carcere è nel cuore di Francesco. Gli vogliamo davvero bene e mi fa piacere che ogni domenica a messa qualcuno, prima della benedizione finale, dica “Una preghiera per il Papa perché ce l’ha chiesta!”».

di Manuela Proietti

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