Il Papa: “Una civiltà sana rispetta gli anziani”

11 marzo 2015 Foto e video story

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(credits: Agf)

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Quella di mercoledì in piazza San Pietro, quella con i partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, venerdì con i Neocatecumenali, sabato con “Comunione e Liberazione”. Questa è stata la settimana delle grandi udienze per Francesco. “Grandi” per i temi affrontati, i moniti che hanno scosso le coscienze, il numero di fedeli accorsi ogni volta. Ma grandi, soprattutto, per i gesti del Papa che anche lì dove sono “solo” carezze, toccano il cuore: come l’abbraccio a una donna anziana che ha commosso il mondo intero. Proprio ai nonni, Bergoglio ha dedicato la sua catechesi all’udienza generale riprendendo un argomento a lui molto caro e lanciandosi in una strenua difesa della Terza età.

“La società cominci a far loro posto”
Subito ha notato una grande contraddizione dei nostri tempi: «Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata, ma la società non si è “allargata” alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità». Società che, proprio perché programmate sull’efficienza e sul profitto, tendono a scartare e ignorare gli anziani, considerandoli un peso, una zavorra”, piuttosto che una ricchezza e anzi di più, «la riserva sapienziale e di saggezza di ogni popolo», come essi realmente sono.

Raccontando alcuni aneddoti di quando era arcivescovo di Buenos Aires e andava in visita alle case di riposo della città, Francesco è sembrato arrabbiato: «Io ricordo, quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: “Come sta lei? E i suoi figli? – Bene,bene – Quanti ne ha? – Tanti. – E vengono a visitarla? – Sì, sì, sempre, sì, vengono. – Quando sono venuti l’ultima volta?”. Ricordo un’anziana che mi diceva: “Mah, per Natale”. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito?».

L’attenzione che può fare la differenza
Ha poi insistito Francesco: «C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto: vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità, ma, così facendo, aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati». Mentre è proprio l’attenzione ai più vecchi che fa la differenza di una civiltà: è sana e andrà avanti quella «che sa rispettare la loro saggezza». Quella in cui non c’è posto per gli anziani è, invece, una civiltà che «porta con sé il virus della morte».

Ancora il Papa si è scagliato contro il deficit d’amore che colpisce le stesse famiglie. Poi ovviamente ha ripreso i cristiani: «La Chiesa non può e non vuole conformarsi a una mentalità di insofferenza, indifferenza e disprezzo, nei confronti della vecchiaia.  Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, apprezzamento, ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della sua comunità». Anche perché «l’anziano non è un alieno – ha avvertito il Pontefice - l’anziano siamo noi… E se noi non impariamo a trattare bene gli anziani, così verremo trattati anche noi».

“L’abbandono è la malattia più grave”
Francesco ha ripreso con forza questo tema anche giovedì, incontrando i partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, convocata quest’anno per riflettere proprio sull’assistenza all’anziano e le cure palliative. «Queste cure - ha spiegato il Santo Padresono espressione dell’attitudine a prendersi cura gli uni degli altri, specialmente di chi soffre. Esse testimoniano che la persona umana rimane sempre preziosa, anche se segnata dall’anzianità e dalla malattia».

Quindi è tornato sul comandamento che ci chiede di “onorare il padre e la madre”, sottolineando che esso ci ricorda, in senso lato, l’onore che dobbiamo a tutte le persone anziane, che sono uomini, donne, padri e madri come noi. Ha sottolineato Francesco con parole accorate: «Onorare, oggi potrebbe essere tradotto come il dovere di avere estremo rispetto e prendersi cura di chi, per la sua condizione fisica o sociale, potrebbe essere lasciato morire o fatto morire».

E tutta la medicina ha un ruolo speciale all’interno della società, «come testimone di quest’onore ». Perciò, non può essere ispirata solo al profitto economico: «Uno stato non può pensare di guadagnare con la medicina. Al contrario, non vi è dovere più importante per una società di quello di custodire la persona umana», in pieno spirito di servizio.

Infine ha incoraggiato medici e studiosi a capire come applicare le cure palliative, finora per lo più usate per i malati oncologici, terminali, perché esse anche se «non salvano la vita», realizzano qualcosa di altrettanto importante, cioè «valorizzano la persona». Però da sole non bastano: «Gli anziani hanno bisogno in primo luogo delle cure dei familiari il cui affetto non può essere sostituito neppure dalle strutture più efficienti o dagli operatori sanitari più competenti e caritatevoli».

Quindi, sì a sostegni importanti verso il “fine vita” che arrivano dalla medicina, dai farmaci; no, invece, a ogni forma di abbandono.  Ha voluto rimarcare in conclusione il Papa: «L’abbandono è la malattia più grave dell’anziano e anche l’ingiustizia più  grande che può subire: coloro che ci hanno aiutato a crescere non devono essere abbandonati quando hanno bisogno del nostro aiuto».

(credits: Agf)

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Curiosità 1: “Voglio duecentocinquanta famiglie in missione”
«Il cammino Neocatecumenale fa un gran bene nella Chiesa!». Così il Papa in Aula Paolo VI ai circa 7 mila membri di questa realtà pronti a partire per le “missio ad gentes”: missioni portate avanti da famiglie e sacerdoti che decidono di lasciare le loro case per andare ad annunciare il Vangelo in terre lontane. «Il vostro mandato è evangelizzare i non cristiani, ma anche quelli che hanno dimenticato chi era Gesù. I battezzati a cui la secolarizzazione e la mondanità hanno fatto perdere la fede. Andate e svegliate questa fede!».

Prima ancora che con la parola, il Pontefice li ha esortati a testimoniare con la vita il messaggio di Cristo risorto. «Quanta solitudine, sofferenza e lontananza da Dio in tante periferie dell’Europa, dell’America e dell’Asia! Quanto bisogno ha l’uomo di oggi, in ogni latitudine, di sentire che Dio lo ama e che l’amore è possibile!». Infine ha posto l’accento sul bisogno che tutta la Chiesa si dedichi alla missione: «È la cosa più importante da fare se non vogliamo che le acque ristagnino». E così Francesco ha inviato in missione ben 250 famiglie!

Julian Carron, presidente di "Comunione e Liberazione" (credits: Agf)

Julian Carron, presidente di “Comunione e Liberazione” (credits: Agf)

Curiosità: A Comunione e Liberazione: “Non perdete la libertà
«Dopo 60 anni il vostro carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità, però, ricordate sempre che il centro è uno solo: Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale o il mio cammino, io esco di strada». È il monito del Papa che ai membri di Comunione e Liberazione ha chiesto di non pietrificarsi, ma uscire dal recinto per raggiungere le persone lontane: «Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani, fondatore del movimento, non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Egli non vi perdonerebbe mai se perdeste la libertà e vi trasformaste in adoratori di ceneri!».

Quindi, per fare bene, bisogna respingere l’autoreferenzialità, la spiritualità da etichetta che fa dire “Io sono CL” e ci trasforma in impresari da Ong. Missionarietà, ma anche riscoprire lo stupore dell’incontro con Dio, ricordando che «la morale cristiana è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia».

 

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