Omar Abboud, l’amico musulmano di Francesco

10 febbraio 2015 Foto e video story

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Omar Ahmed Abboud con Papa Francesco e il rabbino Abraham Skorka nel viaggio in Terra Santa del 2014 (credits: Getty Images)

Omar Ahmed Abboud con Papa Francesco e il rabbino Abraham Skorka nel viaggio in Terra Santa del 2014 (credits: Getty Images)

Ci saremmo aspettati di incontrare Omar Ahmed Abboud, referente della comunità islamica di Buenos Aires, nella splendida moschea della città. Ma l’amico musulmano che insieme al rabbino Abraham Skorka ha accompagnato papa Francesco nel viaggio in Terra Santa del 2014 si schermisce («Non sono un’autorità religiosa, anche se partecipo alla vita politica e religiosa della comunità») e così ci accoglie nella moderna sede della “Corporación Buenos Aires Sur”: è l’ente che dirige e che si occupa dello sviluppo della zona sud della capitale argentina, una delle aree più “difficili” della metropoli.

È proprio qui, solo per fare un esempio, che si estendonov quartieri degradati come il “Fuerte Apache”, reso famoso in Italia dalle dediche del calciatore della Juventus Carlos Tevez. «Sa perché lo chiamano così? Perché il comprensorio si sviluppa verticalmente, all’interno di palazzoni degradati, e ogni volta che la polizia si avvicina viene travolta da una pioggia di … “frecce”, bottiglie, detriti, sassi, di tutto!».

Libanese da parte di padre (i nonni paterni sono arrivati in Argentina negli anni ’30 alla ricerca di una vita migliore) e siriano da parte di madre, Abboud ha conosciuto Jorge Bergoglio nel 2002, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. Proprio allora Omar ha fondato l’Istituto del dialogo Interreligioso per «far emergere la voce della maggioranza silenziosa degli islamici che desidera solo vivere e lavorare in pace senza essere soverchiata dalla violenza dei gruppi fondamentalisti».

Che cosa è questo istituto?
«È sorto per iniziativa dell’allora arcivescovo Bergoglio, come uno spazio di dialogo teologico e di ricerca di obiettivi comuni. Lo presiediamo io, padre Guillermo Marcó e il rabbino Daniel Goldman».

Come è nata l’amicizia col Papa?
«Lo conobbi quando ero presidente del centro islamico. A farci incontrare è stato il tema del dialogo tra le religioni ed essendo sentito da entrambi si è creato un rapporto personale. Bergoglio è un grande uomo. Che non sa solo di religione, ma anche di musica, di storia, di letteratura, di politica, forse è questo che genera in lui una visione del mondo tanto profonda. La cultura aiuta a superare il pregiudizio. Entrambi crediamo in Dio. Il Dio onnipotente. Vestiamo uniformi diverse, ma questo, per chi crede davvero, non è un problema».

Però è anche vero, alla luce del recente attentato a Parigi, che mai come in questo momento i rapporti tra Islam e Cristianesimo sono difficili.
«Sicuramente. Anche se va detto che in questo lato del mondo, in Sudamerica, noi non abbiamo un’invadenza della fede religiosa nella vita di tutti i giorni come avviene in altre parti del mondo. Non conosciamo il fondamentalismo e personalmente ritengo che i fondamentalisti siano dei miserabili. La grande sfida è trovare la giusta strada per il dialogo e in questo senso l’esperienza argentina costruita da Bergoglio potrebbe essere un modello, un laboratorio di convivenza. Distruggere è facilissimo, costruire difficilissimo. La pace è un concetto, non è qualcosa che si può legiferare o decidere per decreto. Si tratta di una costruzione che è nelle mani degli uomini e che si crea attraverso il modo in cui le persone affrontano le situazioni. Perché ci sia pace, ci devono essere giustizia e rispetto per la dignità di tutti. I leader religiosi in questo secolo hanno un ruolo centrale».

Quale può essere la soluzione?
«Non si può costruire un mondo sull’idea che sia in atto una guerra religiosa. Chi si può identificare in certe cose? Purtroppo la gran parte dei musulmani del mondo sta pagando un prezzo per tutto questo, ed è un prezzo culturale. Ormai i cattivi dei film siamo noi, come un tempo lo erano i mafiosi italiani, o gli indiani, i vietnamiti, i tedeschi. Il racconto della cronaca restituisce l’immagine di una religione senza spiritualità che ha soltanto regole e imposizioni. Insomma una confusione che crea discriminazione. Per questo spero che il mondo islamico sia in grado di capire che l’apertura di Francesco verso l’Islam è strategica. Il suo sguardo sui poveri, su chi vede la sua dignità trattata come spazzatura, la sua coerenza, l’identità fra quello che dice e quello che vive oggi stupiscono il mondo, ma non noi argentini, che lo conosciamo da tempo. Ci ha sempre aperto le porte della cattedrale, ma mai mescolando i riti, rispettando la singolarità e la storia di ciascuno di noi».

Qual era la posizione di Bergoglio quando ne parlavate?
«La sua idea, che condivido, è che la religione non commette delitti, li commette la persona. E questo porta a occuparsi del tema dell’uguaglianza, della distribuzione della ricchezza nel mondo, del cinismo economico. Un sistema di denaro che genera denaro. Una sorta di neopaganesimo».

Vi vedevate spesso? 
«Ci incontravamo almeno una volta al mese. Si parlava di tutto, da buoni amici. Un pochino di calcio, io sono del Boca, di musica e di letteratura. Bergoglio ama tutta la buona musica e in particolare gli piace l’opera, Parsifal di Wagner. La musica e l’opera sono ricordi della sua infanzia».

Come ha vissuto la sua elezione?
«L’ho vista per caso in un bar ed è stata la più grande gioia dopo la nascita dei miei figli. Non conosco gli altri cardinali, saranno stati sicuramente bravi, ma con lui avevo la certezza che era stata scelta davvero una persona all’altezza del compito. Ho provato un profondo senso di giustizia. Una figura come quella di Bergoglio è una necessità».

Come è stato il vostro primo incontro a Roma?
«È stato strano davvero. Ci eravamo sentiti il 14 marzo del 2013, il giorno dopo l’elezione, e non sapevo come chiamarlo: non avevo parole, è stato commovente. Mi sono messo nei suoi panni. Fare il papa non è come essere eletto dopo una campagna elettorale, non vi è niente al mondo di simile. Nessuno può essere attrezzato al 100%. Nel suo caso, poi, c’erano troppe prime volte: non era europeo, era gesuita… Quando l’ho visto vestito di bianco, dopo averlo sempre visto col suo abito scuro, è stato scioccante. Per me poi era anche la prima volta a Roma. Insomma, tutto molto impattante, un’esperienza che nessuno immagina mai di potere fare».

di Andrea Di Quarto

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