Meriam “l’apostata” incontra Papa Francesco

8 agosto 2014 Foto e video story

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Meriam e i suoi cari  all'arrivo in Italia con il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, che ha condotto le trattative per l’espatrio (credits: Getty Images)

Meriam e i suoi cari all’arrivo in Italia con il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, che ha condotto le trattative per l’espatrio (credits: Getty Images)

Una sentenza spietata l’aveva condannata a morte solo perché, nel Sudan di fede islamica dove viveva, aveva sposato un cristiano. Tutto il mondo si era così mobilitato per salvare Meriam Yahia Ibrahim Ishag da un destino atroce, con papa Francesco colpito nel cuore da quel dramma. Ma le preoccupazioni per la sorte di Meriam sono svanite: oggi è finalmente libera e con lei i suoi cari. E proprio dopo la conclusione di questo incubo terribile, Francesco ha voluto incontrarla e confortarla con il suo affetto.

Per il Pontefice è un esempio di costanza
Il Santo Padre l’ha accolta giovedì scorso alla Casa Santa Marta dove Meriam, che indossava la maglietta con i colori della bandiera della pace, è giunta insieme al marito Daniel Wani e ai figli: Martin di un anno mezzo e Maya di appena due mesi che è nata mentre la mamma era in prigione. La famiglia è stata accompagnata dal viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, che si era recato a Khartum, la capitale del Sudan dove era incarcerata Meriam, per condurre la trattativa relativa alla liberazione.

(credits: Getty Images)

(credits: Getty Images)

Il colloquio con il Pontefice si è svolto in un clima di «grande serenità»: Francesco ha ringraziato Meriam per la sua «testimonianza di fede», per l’«eroismo» e la «costanza» come ha comunicato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede. Viceversa Meriam «ha ringraziato per il sostegno che nella sua vicenda ha sempre avuto dalla Chiesa cattolica», secondo le parole di Lombardi. Lei e Francesco hanno chiacchierato per mezz’ora e prima di salutarsi il Pontefice ci ha tenuto a informarsi sul futuro della famiglia Wani.

Un dramma che è nato dopo un “sì” 
Ma qual è la storia di Meriam? Tutto comincia nel 2013 quando decide di sposare l’uomo della sua vita, Daniel. Lui è afflitto da una malattia muscolare che lo costringe sulla sedia a rotelle e dipende da lei, che è un medico. Il loro è un amore sincero da cui è già nato un bambino: Martin. Daniel, però, è cristiano, mentre la famiglia di Meriam è musulmana e la legge sudanese impedisce i matrimoni tra persone che professano religioni differenti.

Così viene denunciata da un parente. In realtà la donna è cristiana. Fin da quando era bambina ha seguito i dettami della Chiesa Etiope Ortodossa come la madre; al contrario, il padre musulmano se ne era andato da casa non occupandosi mai di lei. Tuttavia nessuno le crede e in tribunale deve rispondere di due per aver sposato un cristiano e quella di apostasia (l’abbandono della propria religione in favore di un’altra). Durante il processo, il giudice le chiede di rinunciare al cristianesimo altrimenti la condannerà a morte… Meriam non cede, forte del suo amore per Dio.

E il 15 maggio scorso arriva la sentenza: Meriam è condannata all’impiccagione e dovrà subire anche 100 frustate. È così rinchiusa nel carcere di Khartum, sebbene sia incinta di otto mesi. Immediatamente le organizzazioni umanitarie non lasciano passare la vicenda sotto silenzio, schierandosi contro quell’ingiustizia. Un supporto che dà effetti positivi. Il 24 giugno, la Corte d’appello sudanese annulla la condanna. Anche se ancora non è finita…

Ora una nuova vita negli Stati Uniti!
Il giorno stesso Meriam, Daniel e i due figli (nel frattempo, in carcere, il 27 maggio è nata Maya) cercano di imbarcarsi per gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto un permesso dall’ambasciatore statunitense: il marito, infatti, è cittadino americano. La polizia, invece, la arresta nuovamente dopo la soffiata di uno dei fratelli. La donna trascorre altri tre giorni dietro le sbarre, prima di essere scarcerata nuovamente. Quindi si rifugia all’ambasciata americana, dove rimane finché la diplomazia italiana ottiene la sua libertà. Una vera odissea che si è conclusa con un primo trasferimento in Italia, base di partenza per raggiungere gli Stati Uniti dove Meriam sarà libera di costruirsi una nuova vita.

Il Sudan è un paese musulmano che vieta i matrimoni interreligiosi
Il 15 maggio è la data della prima sentenza di condanna per Meriam Ishag. La donna viveva nella regione di Al Qadarif in Sudan: questo è uno Stato islamico in cui (dopo la separazione del Sud Sudan avvenuta nel 2011) ben il 97% della popolazione professa la fede musulmana. Qui la legge vieta il matrimonio tra persone di religioni differenti. Meriam, pur dichiarandosi cristiana, è stata accusata di aver rinunciato alla religione musulmana e per questo motivo è stata denunciata e successivamente processata a Khartum (la capitale del Paese). L’abbandono di una religione per un’altra viene definito con il termine “apostasia”.

La storia di Meriam, dal matrimonio alla liberazione

Matrimonio. Meriam e Daniel sono bellissimi con i loro abiti di nozze. Si sono sposati nel 2013: un matrimonio secondo il rito cattolico. E proprio per questo Meriam è stata denunciata.

La prigione. Meriam nel giorno in cui è stata scarcerata per la prima volta. Con lei c’è anche Maya, che è nata mentre la donna si trovava ancora in catene dietro le sbarre.

Nuova vita. All’arrivo in Italia con il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, che ha condotto le trattative per l’espatrio di Meriam e dei suoi cari. Insieme a loro ci sono anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi (che ha sempre appoggiato la causa della donna) e la moglie Agnese.

 

 

 

 

 

di Matteo Valsecchi

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