Così la Magliana accoglie Papa Francesco

15 aprile 2014 Foto e video story

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Il Pontefice ha fatto visita alla parrocchia di San Gregorio Magno (credits: Corbis Images)

Il Pontefice ha fatto visita alla parrocchia di San Gregorio Magno (credits: Corbis Images)

Benedetta Capelli

Oggi la Magliana non ha il volto dei delinquenti protagonisti del libro Romanzo criminale, pubblicato da Gianfranco De Cataldo nel 2002 e ispirato alla storia vera della banda della Magliana, diventato anche film e serie televisiva. Ha il volto dei tantissimi bambini che aspettano di vedere Francesco, affacciati alle finestre di palazzi alti almeno dieci piani,  addobbate con striscioni di saluto, o di lenzuoli bianchi e gialli, i colori del Vaticano, che sventolano in un caldo pomeriggio di primavera.

Dominano i colori del Vaticano
La Magliana ha tirato fuori il calore dei propri cuori e tutto questo affetto è arrivato al Papa. La sua Ford Focus blu giunge sul sagrato della parrocchia di San Gregorio Magno alle 15.48, dodici minuti prima rispetto al programma, ma nessuno è colto di sorpresa. Il microfono è piazzato già sulla terrazza che guarda piazza Fabrizio De André, stracolma, e il Papa sale sul piccolo palco rosso allestito e ascolta Lucia Caravona, insegnante di religione che  chiede a Francesco «una carezza particolare» per un ragazzino dai capelli chiari.

Il piccolo sembra fragile, e invece è suo l’abbraccio più commovente di tutta la giornata: il Papa lo stringe, lo accarezza, lo bacia con tenerezza, chiede di lui ai genitori, e tutti sono rapiti da quell’affetto dirompente, esploso in pochi minuti. Comincia, poi, la lunga fila di doni. Il primo è un cestino con letterine e ovetti pasquali, e dopo verranno fiori, palloncini, magliette e il fazzoletto celeste degli scout… Gli uomini del seguito non sanno più né dove mettere le cose né a chi lasciarle, ma tutti i gendarmi arrivano per dare una mano.

L’incontro con la sofferenza
È il momento dei ragazzi della Comunione e della Cresima, radunati nel campetto da calcio dell’oratorio. Il cielo si riempie dei loro palloncini, in mano hanno fiori di carta e su ogni petalo ci sono dei pensieri; molti indossano magliette fatte da loro con un messaggio per lui: “I love Francesco”, “Keep calm Francesco”, “Prego per te”… Per una bimbetta di pochi anni la maglietta con scritto “Buona Pasqua Francesco” è addirittura un vestitino. Infine sollevano un cartellone: “Guidaci in questo mare di speranza”. E il Papa li rassicura ricordando loro che «la speranza non delude mai»: una frase che fa ripetere a tutti anche se, aggiunge, spesso non è facile soprattutto di fronte al lavoro che non c’è, alle tragedie della vita. Eppure Francesco li spinge a non abbattersi.

Dopo aver salutato, stretto mani, dato baci a chi da ore si era guadagnato un posto in prima fila, il Papa incontra un centinaio di malati. Lo ricevono con il cuore pieno di gioia, alcuni gridano il suo nome, lo interrompono mentre parla, ma non importa. Il Papa sa di avere davanti coloro che ogni giorno portano la Croce e che offrono il loro dolore, la malattia, la disabilità. «Senza le preghiere dei malati», dice loro, «il Papa non è nulla». Alcuni piangono quando gli mette la mano
sulla testa, quando li benedice si commuovono.

Lo salutano calorosamente ed è tempo per Francesco di incontrare ancora la sofferenza. In questa parrocchia si cerca di lenire i dolori di tutti. C’è la cooperativa La Prora, che cerca di dare lavoro; c’è il gruppo Magliana ’80, che si occupa di tossicodipendenza  tratta di esseri umani; c’è Sabato in famiglia, che fa della condivisione del cibo la parola d’ordine per superare le avversità.

Gesù è venuto per gli emarginati
È questo l’incontro più forte. Una trentina di persone sono pronte ad ascoltare Francesco, sui loro volti i segni di un passato ingeneroso, gli occhi appesantiti da troppe lacrime, ma stanno lì, dritti davanti a Francesco, con la dignità e la forza di aver imboccato la via di uscita. Il Santo Padre parla di marginalità, scarto, fragilità e salita. Ricorda che tutti abbiamo fatto degli sbagli nella vita, che tutti siamo peccatori, ma che «il luogo per trovare il Signore è la nostra debolezza ».

Tutti ascoltano attenti e lui ricorda ancora che Gesù è venuto per gli emarginati, perché lui stesso lo era, che viviamo in un mondo che scarta i bambini, gli anziani, che rifiuta l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. «Non scoraggiatevi davanti alla salita, l’importante non è cadere ma rialzarsi», dice.Propone di dire un’Ave Maria, ma loro chiedono il Padre Nostro e allora Francesco chiede che sia detto per lui, «perché così potrò sempre lavorare per gli emarginati, potrò essere coraggioso andando avanti pur nella mia debolezza». 

Arriva poi la visita alla Casa della carità, dove abitano due suore carmelitane minori e dieci ospiti con diversi tipi di difficoltà, e poi l’incontro con le famiglie, e a loro il Papa chiede di restare nella parrocchia anche dopo il battesimo dei figli perché solo così potranno crescere «uniti alla comunità». Come in ogni visita parrocchiale, anche a San Gregorio Magno Francesco confessa cinque persone prima della Messa. Alle 18 inizia la celebrazione della messa, che ha i tratti della semplicità.

Una borsa piena di lettere
Nell’omelia il Papa ricorda il brano del Vangelo con Gesù che resuscita Lazzaro. «Voglio dire una cosa piccola piccola. Tutti noi abbiamo dentro alcune parti del nostro cuore che non sono vive, che sono un po’ morte; e alcuni hanno tante parti del cuore morte, una vera necrosi spirituale». Solo Gesù, ricorda, è capace di aiutarci a uscire dai nostri sepolcri, a lavare via l’odore cattivo di chi è attaccato al peccato, a togliere la pietra liberandoci della vergogna, a donarci un’anima guarita.

Infine il Papa, come aveva già fatto all’Angelus, regala a tutti un piccolo Vangelo, consigliandone la lettura «quando devo fare una coda o quando sono sul bus, ma quando sono comodo perché se non lo sono, devo vigilare le tasche », dice ridendo, «ma leggere sempre un pezzettino del Vangelo, ci farà tanto bene». È la speranza che Francesco lascia alla Magliana. Don Renzo Chiesa, il parroco, gli regala una borsa piena di lettere e messaggi scritti dai giovani di San Gregorio Magno. «Quando impugnerà il manico», gli dice, «si ricordi che così noi ci sentiamo condotti da lei: con quella mano sicura e salda di Padre premuroso». Una mano capace di fare anche migliaia di carezze: tutti alla Magliana le hanno sentite.

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