Lavoro intenso al Sinodo: centinaia gli interventi

19 ottobre 2014 Foto e video story

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Gli interventi non sono in latino, ma nelle lingue madri degli oratori. La traduzione è simultanea tramite auricolare (credits: Getty Images)

Gli interventi non sono in latino, ma nelle lingue madri degli oratori. La traduzione è simultanea tramite auricolare (credits: Getty Images)

I lavori iniziano alle 9 del mattino, ma papa Francesco alle 8.50 è già alla porta dell’Aula Nuova del Sinodo, dove si svolgono i lavori dell’Assemblea dei vescovi sulla famiglia. Arriva a piedi dalla Casa Santa Marta. In mano ha la sua inseparabile borsa di pelle nera dove tiene il breviario, un vangelo tascabile, gli occhiali,  la penna, l’agenda degli indirizzi e quella degli appunti, il programma dei lavori sinodali. Oppure una cartellina più leggera che contiene solo i fogli e la penna. Saluta le guardie svizzere e se capita scambia anche qualche parola con loro. Un giorno ha persino infranto il protocollo vaticano e ha stretto la mano ai due svizzeri che lo salutavano sull’attenti, cogliendoli di sorpresa.

L’Aula del Sinodo si trova proprio sopra l’Aula Paolo VI, la cosiddetta Sala Nervi (dal nome dell’architetto che l’ha progettata). Per salire il Papa prende l’ascensore e si incammina per un corridoio stretto fino al tavolo della presidenza. Vista la sua puntualità nessuno dei 191 padri sinodali più 62 esperti e uditori che partecipano al Sinodo osa arrivare in ritardo. Quando Bergoglio entra in Aula tutti si alzano in piedi in segno di rispetto. E lui saluta a uno a uno quelli che gli sono più vicini. I lavori iniziano con una meditazione, tenuta a turno da un padre sinodale, e una preghiera (quella che corrisponde all’Ora Terza del breviario). Quindi il Pontefice si siede al tavolo della presidenza,inforca gli occhiali e si sistema da solo l’auricolare.

In questo Sinodo, infatti, è stato completamente abbandonato l’uso del latino (tranne che sui telecomandi…), che ormai conoscono in pochissimi tra vescovi e cardinali. Gli interventi sono pronunciati in italiano, inglese, francese o spagnolo, con la traduzione simultanea. L’italiano è la lingua più utilizzata durante i lavori, poiché molti dei prelati partecipanti in gioventù hanno studiato a Roma. Bergoglio prende pochi appunti, perché al termine di ogni giornata gli vengono messi a disposizione i testi integrali di tutti gli interventi. Ma ascolta con  grandissima attenzione, senza mai distrarsi. Il suo telefono cellulare resta nella borsa e non lo ha mai tirato fuori. Così come non ha mai mostrato, garantiscono i testimoni, particolari momenti di stanchezza o di sonno, nonostante sia in piedi ogni giorno dalle 4.45 del mattino. Alle 10.30 c’è un intervallo per il caffè e il Pontefice si mischia ai partecipanti per una pausa come accadrebbe in qualsiasi convegno.

Bibite, dolci, cornetti e qualche tramezzino sono sistemati in una sala accanto all’Aula dei lavori. Ma Francesco gradisce solo da bere. Molti padri sinodali si stringono intorno a lui per scambiare qualche parola. E lui non si nega a nessuno. Nessuno osa chiedere una foto, ma sui social network qualcuno ha postato le immagini del Papa mentre sorseggiava un bicchiere chiacchierando amabilmente.

Per pranzo tutti fuori
Si riprende fino alle 12.30. Quindi la pausa per il pranzo. I padri sinodali tornano nelle loro residenze, dentro e fuori il Vaticano, mentre il Papa va a Santa Marta. Giusto il tempo per il pranzo e la consueta siesta cui Francesco è abituato. Poi controlla qualche pratica d’ufficio più urgente. Alle 16.30 è di nuovo nell’Aula del Sinodo per seguire gli interventi che proseguono, senza pause, fino alle 19. I lavori sono davvero faticosi: centinaia di interventi della durata massima di 4 minuti ciascuno. Il Papa ne ha persi pochissimi, poiché è stato sempre presente tranne mercoledì mattina per l’udienza e un’altra mattina che ha lasciato l’Aula alle 10.30. Per il resto del tempo è sempre rimasto ad ascoltare. Ha parlato una volta soltanto, il primo giorno in apertura, quando ha invitato a «parlare chiaro», senza paura. E quasi tutti lo hanno preso alla lettera.

di Ignazio Ingrao

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