L’affetto di papa Francesco per le suore

21 marzo 2018 Parole e pensieri

tweet
Credit Osservatore Romano

Credit Osservatore Romano

Tutti ricorderete l’immagine di papa Francesco, in visita pastorale a Napoli, “assalito” dalla suore di clausura del monastero delle Clarisse Cappuccine con il cardinale Crescenzio Sepe a esortarle a tornare al loro posto con un perentorio: «Sorelle, tenimmo che fa» (abbiamo da fare, ndr.).

L’immagine rende bene l’affetto che le religiose hanno per Bergoglio. E, almeno a giudicare dalla sua aria divertita, anche lui ne ha per loro. Non a caso più volte nel corso del pontificato, ha sottolineato l’importanza della loro presenza: «Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe affetto, maternità, tenerezza, intuizione di madre. Care sorelle, siate certe che vi seguo con affetto, io prego per voi». 

Del resto la presenza delle suore nella vita di Francesco risale già all’infanzia, quando i genitori lo hanno iscritto all’asilo del collegio cattolico di Nuestra Señora de la Misericordia. Lì il piccolo Jorge Mario ha conosciuto suor Dolores, la maestra che si sarebbe ritrovato accanto anche nei giorni terribili del ricovero in ospedale per l’infezione al polmone. È stata lei a spiegargli il senso di tutto quel dolore che stava provando: l’imitazione del dolore di Gesù Cristo.  

La stima per le suore e per il loro ruolo nella Chiesa non ha tuttavia impedito a Francesco di esprimere più volte il suo disappunto per alcuni comportamenti che non gli piacciono nei laici, figuriamoci nelle religiose. Innanzitutto, le ha invitate alla gioia: «A me dà tristezza quando trovo suore che non sono gioiose. Forse sorridono ma con il sorriso di un’assistente di volo, non con il sorriso della gioia, quella gioia che viene da dentro con Gesù Cristo. La gioia autentica è la testimonianza più credibile di una vita piena, perché in essa traspare la gioia e la bellezza di vivere il Vangelo e di seguire Gesù». 

Le ha esortate a non lamentarsi per il loro lavoro o per le presunte ingiustizie: «Santa Teresa di Gesù Bambino diceva: “Guai alla monaca che dice: mi hanno fatto un’ingiustizia senza motivo! Nel convento non c’è posto per le “collezioniste di ingiustizie”, ma c’è posto per quelle che aprono il cuore e sanno portare la croce dell’amore. Santa Teresa di Gesù Bambino mai si è lamentata del lavoro, del fastidio che le dava quella suora molto anziana che doveva portare alla sala da pranzo tutte le sere. Mai è andata da un’altra suora a dire: “Ma questa come dà fastidio!”. Cosa faceva: la aiutava ad accomodarsi, le portava il tovagliolo, le spezzava il pane e le faceva un sorriso». 

Infine, conscio delle tentazioni del mondo moderno, le ha messe in guardia dalle insidie di Internet. Nella Costituzione Apostolica “Vultum Dei Quaerere” ha esortato le religiose dei monasteri di clausura femminili a considerare i social network come strumenti al servizio della formazione e delle comunicazioni necessarie: «Non siano occasione di dissipazione o di evasione dalla vita fraterna in comunità, né danno per la vostra vocazione, né ostacolo per la vostra vita dedita alla contemplazione».

di Tiziana Lupi

TAG

, , ,