L’abbraccio fra papa Francesco e il bambino orfano di padre

18 aprile 2018 News

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Credit Osservatore Romano

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Il tempo è grigio come il “Serpentone”, l’imponente mole di cemento lunga un chilometro e alta ben nove piani, che sorge nel quartiere Corviale, alla periferia Ovest di Roma. Qui vivono, “incastrate” in 1.200 appartamenti, più di seimila persone, in maggior parte anziani e famiglie indigenti. Ma quando papa Francesco domenica è arrivato a San Paolo della Croce, la parrocchia della zona, con mezz’ora di anticipo sul programma, tutto ha improvvisamente preso colore.

Ad accoglierlo, oltre agli striscioni, i palloncini, i murales e le bande musicali, c’è il cuore della gente, c’è la gioia del parroco don Roberto Cassano, che cinque mesi fa incontrando Bergoglio a Casa Santa Marta, l’aveva invitato a portare qui la sua carezza di speranza.

Dopo il lungo bagno di folla e decine di fotografie, prima tappa della visita pastorale è l’incontro nel cortile della chiesa con i bambini del catechismo. Lo hanno sommerso di domande. Leonardo vuole sapere quale sia il passo del Vangelo preferito dal Papa. Che risponde facendosi però promettere dai piccoli che una volta tornati a casa andranno a cercare quel brano e lo leggeranno. Il testo parla della conversione di San Matteo, che da esattore delle tasse divenne apostolo, ed è il suo preferito, spiega Francesco, perché dimostra la «forza di Gesù nel cambiare i cuori» anche quelli dei traditori, dei peccatori, dei cattivi. 

Carlotta, invece, vuole essere certa che i non battezzati siano ugualmente figli di Dio. Francesco risponde: «Certo che sì. Tutti siamo figli di Dio, anche quelli che credono in altre religioni, i lontani, quelli che adorano idoli… Anche i mafiosi, sebbene preferiscano comportarsi come figli del diavolo, sono figli di Dio», ma bisogna pregare per loro perché si convertano. 

Edoardo invece gli chiede ancora una volta di raccontare le emozioni che ha vissuto quando è stato eletto papa: «Non ho sentito niente di spettacolare… Forse sembra un po’ noiosa questa risposta, però non ho sentito paura, non ho sentito una gioia speciale… Ho sentito che il Signore voleva quello e di andare avanti». 

Ma è quando prende la parola Emanuele che succede qualcosa. Davanti al microfono il piccolo si blocca, non riesce a parlare, si gira verso il parroco, chiede aiuto, dice «Non ce la faccio», scoppia in lacrime. 

Francesco a questo punto lo chiama a sé, lo abbraccia stringendolo forte, lo consola per qualche minuto, finché il ragazzino tra i singhiozzi, porge all’orecchio del Papa il quesito che lo tormenta. Il suo papà è morto poco tempo fa; era ateo, ma era bravo, era un gran lavoratore, e comunque ha voluto che tutti e quattro i suoi figli ricevessero il Battesimo. Ora Emanuele vuole sapere se il suo papà, pur non essendo credente, è in Cielo vicino a Dio oppure no… Francesco chiede al piccolo il permesso di riferire a tutti la domanda e poi risponde: «Che bello che un figlio dica del suo papà “Era bravo”! Chi dice chi va in Cielo è Dio, ma com’è il cuore di Dio davanti a un papà così? È un cuore di papà! Un papà non credente, capace di battezzare i figli e di trasmettere quella bravura ai figli, voi pensate che Dio sarebbe capace di lasciarlo lontano da sé?». La folla risponde in coro di no, e allora Francesco rimarca che Dio non abbandona mai i suoi figli: «Ecco, questa è la risposta: Dio sicuramente era fiero di tuo papà, perché è più facile battezzare i figli essendo credente, che battezzarli essendo non credente. Sicuramente questo a Dio è piaciuto tanto. Parla con tuo papà, prega tuo papà, e grazie per il tuo coraggio».

Terminato il dialogo, Francesco va a cercare ancora Emanuele che poi sarà chiamato con altri ministranti a servire messa sull’altare: «Emanuele come stai? Va meglio ora?». «Sì», replica sicuro il bambino. 

Ma la sua vita è tutt’altro che facile: oltre ad essere rimasto orfano, Emanuele, 9 anni, fa la quarta elementare, combatte con la paura che la mamma possa perdere il lavoro e la casa; uno dei suoi tre fratelli soffre di autismo e ha bisogno di cure e attenzioni. La parrocchia cerca di aiutarlo in ogni modo, con i pacchi di cibo, di medicine, i vestiti, come fa con altre 100 famiglie. Lui però si impegna a scuola, è testardo, frequenta il catechismo, gli piace giocare a pallone. E da domenica è un po’ il simbolo di un riscatto, che il quartiere grida a gran voce. 

Dopo i bambini è la volta degli anziani e dei poveri, vero «tesoro della parrocchia», chiamati dal Santo Padre a pregare per i bisogni della comunità, a fare del bene e ad essere gioiosi nonostante le piaghe e i dolori di ogni giorno. 

Lontano dagli occhi della folla accorsa alla parrocchia, poi, avviene un altro incontro  toccante, con alcune persone tra i 25 e 40 anni che stanno facendo i conti con la giustizia. Tra loro c’è anche Massimiliano Lustri, detto “Er tapparella”, perché occupava abusivamente le case. Ora, dopo aver pagato il suo debito, si sente orgoglioso di aver verniciato la Croce della chiesa per l’arrivo del Papa e di aver restaurato un piatto di cartapesta degli anni Settanta poi donato al Pontefice. «Sono contento che il Santo Padre sia venuto da noi», dice Massimiliano. «Questo ci fa ben sperare. Il Papa è una persona che non ti fa sentire giudicato, anzi si immedesima con te».

Nell’omelia che papa Francesco fa durante la messa c’è ancora la gioia, quella che troppe volte manca a questo quartiere stritolato dal degrado, dalla delinquenza, dall’emarginazione. 

Dice il Papa: «Chiediamo al Signore la grazia di toccare Gesù risorto. Toccarlo nell’incontro con la preghiera, nell’incontro nei sacramenti, nell’incontro col suo perdono che è la rinnovata giovinezza della Chiesa, nell’incontro con gli ammalati quando andiamo a trovarli, con i carcerati, con quelli che sono i più bisognosi. Se noi sentiamo la voglia di fare qualcosa di buono, è Gesù risorto che ci spinge a quello. È sempre la gioia, la gioia che ci fa giovane».

di Cecilia Seppia

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