La messa del Papa per la prima Giornata mondiale dei poveri

23 novembre 2017 News

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Credit Osservatore Romano

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Le fatiche della vita le riconosci dai volti segnati, dai capelli imbiancati troppo presto, dalle mani che hanno fatto tutti i lavori possibili, ma sempre con dignità. Nelle prime file dei banchi di San Pietro c’è anche chi invece si è arreso a un destino avverso, si è lasciato vincere dalle illusioni dell’alcool che spegne i pensieri dolorosi e chi ha fatto della strada la sua casa. 

Papa Francesco ha scelto di volerli tutti lì, accanto a sé, per ricordare che non bisogna cadere nell’indifferenza né girarsi dall’altra parte se si incontra un fratello o una sorella in difficoltà. 

È questa la prima “Giornata mondiale dei poveri”, istituita a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia,  e il Pontefice la inaugura con una messa speciale ricordando durante l’omelia chi sono i prediletti di Dio: «L’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato».

Prendendo spunto dal brano del Vangelo di Matteo (25, 15) che parla di doni, dei talenti che Dio ci dona, Francesco spiega: «Nessuno può ritenersi inutile, nessuno può dirsi così povero da non poter donare qualcosa agli altri». Poi si sofferma sul servo che, invece di moltiplicare i talenti dati dal padrone, preferisce nasconderli. La sua colpa si chiama “omissione” perché il suo male è quello di non aver fatto il bene. Dice il Papa: «Anche noi spesso siamo dell’idea di non aver fatto nulla di male e per questo ci accontentiamo, presumendo di essere buoni e giusti». Ma questo non basta «perché Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati. È un Padre alla ricerca di figli, cui affidare i suoi beni e i suoi progetti». Serve dunque un cambio di prospettiva, non stare immobili, ma rischiare per amore, senza pensare al proprio utile: l’unica omissione giusta. 

L’omissione nei confronti dei poveri si chiama indifferenza che è «sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene. Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore».

Nella debolezza dei poveri c’è una forza salvifica: essi sono il passaporto per il paradiso. «Amare il povero significa quindi lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali. E ci farà bene: accostare chi è più povero di noi toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che conta: amare Dio e il prossimo. Solo questo dura per sempre, tutto il resto passa; perciò quel che investiamo in amore rimane, il resto svanisce».

E allora il Papa invita a chiederci se viviamo investendo nelle ricchezze del mondo o in quella di Dio. «Questa scelta è davanti a noi: vivere per avere in terra oppure dare per guadagnare il Cielo. Perché per il Cielo non vale ciò che si ha, ma ciò che si dà, e chi accumula tesori per sé non si arricchisce presso Dio».
L’omelia si conclude con la preghiera al Signore che abbia «compassione delle nostre povertà e ci doni la sapienza di cercare ciò che conta e il coraggio di amare».

di Benedetta Capelli

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