La chiesa argentina nel cuore di Roma

3 dicembre 2014 Foto e video story

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Piazza San Pietro, Roma (credits: Corbis Images)

Piazza San Pietro, Roma (credits: Corbis Images)

La messa è finita e il cardinale Luis Francisco Ladaria, che l’ha celebrata, è il primo a uscire, seguito dai suoi sacerdoti vestiti di bianco. Lo fa per attendere i fedeli fuori dalla chiesa e salutarli uno a uno, com’è d’uso in Argentina, secondo una prassi semplice e alla mano che papa Francesco ha portato anche a Roma. È domenica e il cardinale e arcivescovo spagnolo, un gesuita e segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, dispensa sorrisi e parole al cospetto di un manifesto affisso sul portone, che ritrae il Pontefice benedicente. Di fronte al cardinale il Papa è ricordato anche con una scultura che lo effigia a mezzobusto.

Dietro al cardinale targhe in spagnolo raccontano la storia secolare della Chiesa Rettoria Santa Maria Addolorata, la Chiesa Nazionale Argentina: la più antica chiesa latino-americana di Roma, eretta per iniziativa di un generoso prete argentino, José León Gallardo, ai primi del Novecento. E oggi retta dal clero diocesano argentino, oltre che amministrata dalla Conferenza episcopale di quel lontano Paese. «Il fatto d’avere un Papa argentino noi non lo viviamo come un privilegio, lo viviamo come una responsabilità», dice il cinquantenne Ángel Hernández, il rettore, nato a San Juan de Cuyo, Nord-ovest dell’Argentina, quasi a 1.400 chilometri da Buenos Aires.

«La felicità di un Papa che è figlio della nostra terra, per noi significa seguire il suo insegnamento per una Chiesa più evangelica e universale. D’altra parte, gli argentini sono spesso un esempio dell’apertura all’universo, essendo perfettamente integrati in Italia e con gli italiani. Agli incontri dei latino-americani in questa chiesa, con comunità diverse e molto compatte tra loro come quella peruviana o ecuadoriana, partecipano pure italiani».

Due presidenti e Giovanni Paolo II
Succede la prima domenica del mese, quando alle sette di sera si celebra la messa della Chiesa Nazionale Argentina in spagnolo. Un centinaio di credenti, e spesso di turisti di passaggio per vedere il Papa a San Pietro, si danno appuntamento in piazza Quadrata, come i romani hanno ribattezzato piazza Buenos Aires, per assistere alla funzione. Dopo la messa del mese la parrocchia offre empanadas, il tipico panino argentino, e vino italiano. Ancora una volta è la mescolanza delle due culture, che a papa Francesco, l’argentino italiano, fanno riferimento.

Qui si commemorano gli anniversari della Repubblica Argentina, per esempio il 25 maggio, “fiesta patria popular”, come viene evocata. Da qui passarono due presidenti della Repubblica: Carlos Menem il 10 ottobre 1997 – ricorda una targa commemorativa –, e Fernando de la Rúa, senza però aver lasciato traccia di sé sui muri che parlano. Dove invece fa bella mostra un’iscrizione del 1982 a opera della “Comunità argentina di Roma”, che esorta alla preghiera per quanti “hanno donato la vita per la patria nella battaglia per le Malvine”.

Il vento gelido della storia lambisce la chiesa di piazza Buenos Aires. Ma la storia oggi cammina e prende nuove strade. Oggi è papa Francesco il futuro della memoria, che è radicata a Roma con la posa della prima pietra il 9 luglio 1910, altro importante anniversario dell’Argentina indipendente. «Da sacerdote e da cardinale Francesco è venuto più volte, da Papa ancora no», racconta don Ángel, sperando che l’attuale Pontefice faccia come papa Wojtyla il 13 novembre 1998, quando venne per “innalzare al trono” l’immagine di Nostra Signora di Luján. È la Vergine Maria per i cattolici argentini.  Francesco verrà entro l’anno? Don Ángel risponde così: «Il Papa è pieno di impegni. Noi l’abbiamo invitato. Lui ha sorriso. Chissà…».

di Federico Guiglia

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