Il Santo Padre tra i colori del Bangladesh

6 dicembre 2017 News

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50 Bangladesh Papa ORIl viaggio di papa Francesco in Myanmar e Bangladesh si è concluso nella tarda serata di sabato 2 dicembre. L’aereo che lo ha riportato a Roma è atterrato intorno alle 23 dopo un volo di undici ore. Arrivava da Dacca, la capitale del Bangladesh dove Bergoglio ha trascorso i tre giorni di permanenza nel Paese. E sono stati giorni molto intensi anche dal punto di vista emotivo, forse ancor più dei precedenti vissuti in Myanmar.

L’apice dell’emozione Francesco l’ha senza dubbio raggiunta quando, al termine del previsto “Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace” che si è svolto nell’arcivescovado di Dacca (con rappresentanti delle comunità musulmana, indu, buddista e cattolica), ha potuto salutare e parlare con sedici profughi rohingya. Quelli che, per ragioni di opportunità politica, gli era stato chiesto di non nominare nemmeno quand’era in Myanmar. Erano in tutto sedici persone (dodici uomini, due donne e due bambine) e arrivavano da Cox’s Bazar, uno dei campi profughi più grandi del Paese. 

Visibilmente commosso (sul volo di ritorno a Roma ha rivelato ai giornalisti di avere pianto), Francesco ha rivolto ai profughi parole di profondo affetto: «Noi tutti vi siamo vicini. È poco quello che possiamo fare perché la vostra tragedia è molto grande. Ma facciamo spazio nel nostro cuore». Si è addirittura scusato con loro, una delle minoranze (in questo caso musulmana) più perseguitate al mondo e ha chiesto il loro perdono: «A nome di tutti quelli che vi perseguitano, di quelli che hanno fatto del male, per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Adesso io mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di darci il perdono che chiediamo». Rivolgendosi a tutti i presenti, Francesco ha concluso: «Cari fratelli e sorelle, soltanto facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo del mondo con l’immagine di Dio. Continuiamo a far loro del bene, ad aiutarli; continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo i cuori, non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio, oggi, si chiama anche “rohingya”».

Di grande impatto emotivo è stata anche la visita che Francesco, nell’ultimo giorno di permanenza in Bangladesh, ha fatto alla “Casa Madre Teresa”, situata a una manciata di chilometri dalla nunziatura di Dacca dove Francesco ha alloggiato nei suoi giorni bengalesi. Come dice il nome, la Casa è gestita dalle Suore della Carità di Madre Teresa (le pareti sono piene delle sue immagini e lo stesso Pontefice ha portato in dono un quadro che la ritrae con le mani giunte) e offre assistenza e cure a migliaia di orfani e persone con disabilità fisiche e mentali. Come sempre in queste occasioni, Bergoglio non si è risparmiato: ha salutato le religiose, si è intrattenuto con alcuni ospiti della Casa, ha visitato due stanze in cui c’erano alcuni ammalati e ai bambini ha raccomandato di recitare sempre un’Ave Maria la sera prima di andare a dormire. I piccoli hanno ricambiato con i loro canti mentre Francesco, prese per mano due bambine, si è incamminato verso la vicina chiesa del Santo Rosario dove era previsto l’incontro con il clero e i seminaristi. 

Forse meno intenso dal punto di vista emotivo, ma coinvolgente, è stato il momento della messa che il Papa ha celebrato al Suhrawardy Udyan Park, nella quale ha ordinato sedici nuovi sacerdoti. «Esercitate in letizia e carità sincera l’opera sacerdotale di Cristo, unicamente intenti a piacere a Dio e non a voi stessi» ha detto loro nell’omelia. 

Infine c’è stato l’incontro che il Papa ha avuto con circa settemila giovani di tutte le fedi radunati nel campo sportivo del Notre Dame College: «Voi giovani siete sempre pieni di entusiasmo e io mi sento ringiovanire ogni volta che vi incontro» ha esordito Francesco. Poi li ha incoraggiati ad andare avanti: «Specialmente nei momenti nei quali, guardandovi intorno, sembra che Dio non appaia all’orizzonte». Li ha poi spinti a scegliere la strada giusta: «Vuol dire saper viaggiare nella vita, non girovagare senza meta», a prestare ascolto al Signore, accettando la sua volontà e a non chiudersi nel loro piccolo mondo: «È triste se ci ripieghiamo su noi stessi e facciamo nostro il principio del “come dico io o arrivederci”». 

Come dicevamo, l’incontro con i giovani è stato l’ultimo appuntamento prima del rientro a Roma. Questo nuovo viaggio in oriente è stato per Francesco un viaggio impegnativo, anche solo per adattarsi alle abitudini alimentari diverse. Soprattutto in Bangladesh dove piatti come riso, pollo e pesce vengono insaporiti e resi piccanti con spezie come il curry e la paprika, mentre sappiamo che Francesco segue un’alimentazione molto semplice. Sicuramente è stato un viaggio pieno di momenti da ricordare. Con la consapevolezza di avere piantato più di un seme per la pace e per il rispetto dei diritti umani.

di Tiziana Lupi

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