“Il mio Papa”: cronaca del viaggio con Francesco

30 gennaio 2015 Foto e video story

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(credits: Getty Images)

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Il mio viaggio sul volo con papa Francesco è in realtà iniziato molti giorni prima del decollo. Almeno una ventina, quando, dopo aver presentato richiesta di partecipazione, ho dovuto attendere con ansia l’uscita delle liste dei partecipanti. Sono moltissime, infatti, le testate che abitualmente chiedono di poter viaggiare sull’aereo con il Pontefice. Ma ne vengono scelte, per ragioni organizzative e di sicurezza, solo 70. E Il mio Papa è tra queste. So che mi attende un viaggio lungo e impegnativo… Ma ne varrà la pena.

È la vigilia della partenza e una lunga coda di colleghi in Sala Stampa attende di ritirare la preziosa tessera di accredito che consentirà di accedere al volo e di seguire il Pontefice a pochi metri da lui. Insieme alla tessera ci viene consegnato un libretto di pagine soprannominato il “vikario” da Victor van Brantegem, l’assistente della Sala Stampa della Santa Sede che per decenni ha accompagnato i giornalisti nei viaggi papali. Oggi sostituito dal giovane e cortese Matteo Bruni.

Sul “vikario” ci sono, ora per ora, tutte le indicazioni per i giornalisti su come si potranno muovere a seguito del Pontefice durante il viaggio. È la «Bibbia» dei giornalisti a seguito del Papa, alla quale attenersi scrupolosamente. Ci sono persino le indicazioni su come vestirsi: abito scuro e cravatta per gli uomini, abito scuro per le donne, clergyman per i sacerdoti. Il giorno della partenza, l’appuntamento è all’aeroporto di Fiumicino con grande anticipo sull’orario del decollo.

C’è sempre un po’ di emozione. Le procedure di sicurezza prevedono un minuzioso controllo dei bagagli. Intanto sui tabelloni dell’aeroporto il volo compare contrassegnato “Alitalia AZ 4000” destinazione Colombo. Naturalmente non c’è scritto che si tratta del volo del Papa! Francesco giungerà all’ultimo, sotto la scaletta dell’aereo. I giornalisti svolgono, invece, le usuali procedure di imbarco salendo su un apposito pulmino. Ma con una peculiarità: i posti a bordo dell’aereo non sono assegnati.

Così non appena la navetta apre le porte, gli eleganti e compassati giornalisti di tutto il mondo iniziano a correre su per la scaletta dell’aereo, a rischio di scivolare, per guadagnare i posti migliori. Si sa, infatti, che poco dopo il decollo il Pontefice si affaccerà in cabina per salutare. E tutti vogliono i posti migliori! A noi giornalisti viene riservata la parte in fondo all’aereo, al Papa la testa e al suo seguito la sezione intermedia.

Pochi minuti dopo il decollo il Santo Padre si affaccia come promesso. Saluta sorridente: «Ringrazio la compagnia vostra del viaggio e vi auguro un buon viaggio e tanto lavoro!» dice, suscitando una risata. Poi passa lungo i sedili per salutare uno a uno i giornalisti. Si ferma accanto a me. Conosce bene la rivista. «Avanti così» dice e ricambia i saluti al nostro direttore Aldo Vitali.

Poi prosegue tra i sedili: chi gli porge una lettera, chi un libro, persino una piccola scultura. Bergoglio rivolge una parola a tutti: è sorridente e affettuoso. Quindi ritorna in cima all’aereo, dove trascorrerà il resto del viaggio leggendo, pregando e dormendo.

L’arrivo a Colombo è pieno di musiche e colori: i balli tipici della tradizione cingalese e tamil e 40 elefanti bardati a festa attendono il Papa. Bergoglio è un po’ affaticato, ma sorride divertito. Sale sulla papamobile scoperta e compie un lungo giro per le strade di Colombo, sotto il sole, per raggiungere la nunziatura apostolica. Lo seguiamo con il nostro pulmino. La scena è impressionante: migliaia e migliaia di persone lo aspettano ai bordi delle strade per salutarlo.

La papamobile va quasi a passo d’uomo per poter salutare tutti. Bergoglio impiega più di un’ora e mezza per compiere il tragitto. Pagherà questo sforzo sotto il sole tropicale con una grande stanchezza, ma anche per noi non è facile adattarci al grande caldo.

Una gioia mi attende l’indomani. Insieme a una collega della Radio portoghese e ad alcuni cameraman e fotografi, vengo scelto seguire il Pontefice in elicottero fino al nord dell’isola, a Madhu, dove fino tre anni fa passava la linea del fronte della guerra civile tra cingalesi e tamil. Ci aspetta un santuario dedicato alla Madonna frequentato da cristiani, buddisti e indù. La scena è commovente: il Pontefice viene accolto da un’immensa folla immersa nella foresta pluviale. Molti sono indù. Sarebbe bello restare di più in questo luogo magnifico, ma il protocollo è rigido. Dobbiamo di tornare a Colombo, dove facciamo base, prima che cali la sera.

Mi sto adattando un po’ alla volta al fuso orario e ai ritmi incalzanti di questo viaggio. Per fortuna, visto che il 14 gennaio ci attende l’affollatissima messa sulla spiaggia di Colombo per la canonizzazione del missionario Giuseppe Vaz. Avete ormai già visto tutti le immagini dei ballsulla spiaggia, dei bambini, della folla. E io ero lì…

Il tempo per godersi questo spettacolo è purtroppo poco. Perché è già arrivato il giorno della partenza alla volta di Manila e delle Filippine. Questa volta il Papa decide di tenere una conferenza stampa. I diversi gruppi linguistici dei giornalisti devono indicare un rappresentante incaricato di formulare la domanda: ci sono inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, filippini. E gli italiani scelgono proprio Il mio Papa per rappresentarli.

Che orgoglio! Papa Bergoglio, come sempre, è disponibile e diretto nelle risposte, anche a quella di Il mio Papa dedicata alla sua sicurezza personale. A Manila in serata atterriamo in serata e ancora una volta l’accoglienza è festosa: mille giovani hanno preparato una bella e dinamica coreografia.

È il primo assaggio di una visita che sarà a dir poco storica.  Le misure di sicurezza, però, iniziano a farsi sentire: quando passa in strada il Papa tutte le comunicazioni dei telefoni cellulari vengono disattivate. Non è possibile telefonare per raccontare ai nostri colleghi italiani le parole di Francesco! Sono momenti concitati… Almeno finché arriviamo alla sala stampa dove troviamo una connessione a Internet per raggiungere l’Italia.

Intanto siamo al 17 gennaio ed è il giorno della trasferta in aereo a Tacloban, dove il tifone Yolanda nel 2013 ha fatto oltre 10 mila morti. È una delle tappe da cui ci aspettiamo di più. Il tempo è, però, tutt’altro che clemente: c’è una tempesta tropicale in arrivo. Gli organizzatori vorrebbero indurre il Pontefice a rinunciare. Ma il Papa non vuole perché ci sono centinaia di migliaia di persone ad attenderlo. Molte hanno perso i parenti e le case a causa del tifone. Il decollo e l’atterraggio sono da brivido. Il velivolo dopo di noi, con a bordo alcuni membri del governo, finisce addirittura fuori pista!

Arriviamo a Tacloban sotto la pioggia con un vento a 70 chilometri l’ora. Le nostre teste vengono bagnate da gocce pesanti. Ma per fortuna riceviamo l’ormai celebre impermeabile giallo che anche Francesco ha indossato. E lui con coraggio celebra messa. Mette da parte il testo scritto, parla a braccio in spagnolo. Sono parole accorate e piene di partecipazione. Non sono solo i filippini a commuoversi: vedo intorno a me tanti colleghi con gli occhi lucidi e io stesso ho un nodo alla gola…

Sotto il diluvio ci spostiamo alla cattedrale di Palo, dove il Pontefice incontra diversi parenti delle vittime del tifone. C’è tempo per intervistare alcuni di loro. Parlo con Lucy, Anita, Carlos, Antonio: raccontano di quei giorni terribili travolti dall’acqua che aveva spazzato via tutto, senza luce, senza cibo. Per me sarà un’esperienza indimenticabile…

È l’ultimo giorno del viaggio, quello dedicato all’incontro con i giovani e alla messa finale. Siamo stanchi dopo otto giorni, senza un attimo di tregua, dormendo poco e tormentati dalla pioggia. L’incontro con i giovani mette di nuovo a dura prova la cinica scorza dei giornalisti: una ex bambina di strada scoppia in lacrime, mentre si rivolge al Pontefice. Francesco l’abbraccia stretta a sé e le parla, toccando il cuore di ciascuno di noi. È uno dei momenti più intensi del viaggio.

E finalmente scocca l’ora della messa di chiusura. Lo spettacolo che si mostra davanti ai nostri occhi è impressionante: fin dall’alba migliaia di persone, come tante piccole formiche, si sono dirette al Rizal Park dove si tiene la funzione. Incuranti della pioggia arrivano anche bambini e anziani. Alla fine si conteranno sette milioni di persone, un record di cui potrò raccontare di essere stato testimone…

Con quella folla ancora davanti agli occhi, quasi senza rendercene conto ci ritroviamo a bordo dell’aereo che ci sta riportando a Roma. Il Papa si affaccia per una nuova conferenza stampa, ma ha in serbo una sorpresa per la collega messicana Valentina Alazraki che compie 60 anni: una torta, con una candelina e un dono. Francesco ha chiesto di mettere sulla torta solo uno 0 così, spiega rivolto a Valentina, «davanti puoi metterci la cifra che vuoi!».

Ridiamo e cantiamo: dopo tante avventure trascorse insieme, il clima in questi otto giorni tra noi colleghi si è fatto sempre più caldo e amichevole. E il merito va anche all’affetto e alla simpatia di papa Francesco che ci ha voluto accanto a sé.

di Ignazio Ingrao

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