Jorge Mario Bergoglio, il cardinale in un libro

10 gennaio 2015 Foto e video story

tweet
(credits: Getty Images)

Jorge Mario Bergoglio di fronte alla Basilica di Lujan, a circa 70 Km da Buenos Aires (credits: Getty Images)

Ci sono voluti nove anni.Tre di lavoro vero e proprio e sei per convincere l’allora cardinale Jorge Bergoglio a prestarsi alla realizzazione di un libro-intervista che raccontasse la propria vita e il proprio pensiero. Eppure, quando nel 2010 la giornalista Francesca Ambrogetti ha pubblicato Il gesuita con il collega del Clarín Sergio Rubin, non poteva immaginare che quel volumetto di 192 pagine tirato in 4000 copie, tre anni dopo sarebbe divenuto un bestseller edito in 20 paesi e in 15 lingue diverse. Già, perché fra le singolarità legate alla figura di Bergoglio vi è anche quella che quando è stato eletto Papa esisteva già una biografia in cui si narrava la sua vita.

Quasi una decade per pubblicare un libro. Se non è un record poco ci manca.
«Già. L’ho pensato il 10 aprile del 2001 ed è stato pubblicato nel 2010. È stato quasi come un parto, ma moltiplicato per anni».

Quindi già nel 2001 Bergoglio era così interessante da meritare un libro?
«A me piaceva molto. Lavoravo all’Agenzia Ansa di Buenos Aires, che copre tutta l’America Latina, e lo invitai all’Associazione della Stampa Estera per parlare della crisi economica».

La celebre bancarotta argentina di 12 anni fa…
«Poco prima. Il default si ebbe nel 2002, ma nel 2001 il Paese andava già in quella direzione. La Chiesa cominciava ad aprire nuove mense popolari per far fronte alla povertà crescente e ad avere un ruolo più importante. Bergoglio era stato eletto cardinale due mesi prima».

Come lo approcciò?
«Gli telefonai e la prima cosa che mi colpì fu che mi rispose al telefono. Aveva due segretarie e mi aspettavo di parlare con loro, capisce? Lui era già la massima autorità della Chiesa argentina. In Italia non ti risponde neppure un parroco, né l’ultimo sindaco dell’ultimo paesino. Ecco, vede, questa è proprio una caratteristica di Bergoglio: lasciavi un messaggio e lui ti richiamava appena rientrava. In Argentina si è sempre un po’ approssimativi, gli appuntamenti sono per la prossima settimana, per domattina, per più tardi … Lui invece era un orologio. So di gente che ha scritto una lettera, gliela ha portata al mattino e alle due del pomeriggio è stata richiamata: “Pronto, sono padre Bergoglio”.Questa assoluta precisione fa proprio parte del suo essere».

Torniamo all’incontro.
«A sorpresa accettò l’invito. Cosa strana, perché con la stampa non era molto disponibile. Gli chiedemmo se sarebbe venuto con l’autista o se necessitasse che andassimo a prenderlo. Lui rispose: “Non ho la macchina, non ho autista, ma non mi venga a prendere: vengo col Subte (la metropolitana; ndr)”. Rimasi sorpresa. Andare in giro con i mezzi in Argentina non è la cosa più comoda».

E come andò?
«Arrivò con la sua valigetta nera e un collega mi disse: “Sei sicura che sia proprio lui e non un assistente?” Si presentò con spontaneità e rispondeva alle nostre domande (eravamo una dozzina di giornalisti) con una visione molto lucida. La prima cosa che fece fu spostare l’attenzione da lui a noi. Cominciò a parlare del lavoro di giornalista all’estero, di come debba essere impegnativo stare lontani dalle proprie famiglie. Poi cominciò a rispondere alle domande manifestando un pensiero alto, ma allo stesso tempo espresso con semplicità. Restammo colpiti. A differenza di molti intervistati che non ascoltano realmente le domande, lui è sempre attento. E tratta la persona che ha di fronte come un pari. I colleghi mi ringraziarono e un giornalista russo mi disse: “Preti così valgono la pena”. In quel momento capii che c’era altro materiale “dentro” quell’uomo e pensai al libro. Ne parlai con Sergio Rubin, un collega del Clarin specialista di temi religiosi. Per lui l’idea era buona, ma disse anche: “Non dirà mai di sì”».

La prima volta che ne ha parlato a Bergoglio?
«Lo intervistai per la “Stampa” nel 2001 e gliene accennai, ma non rispose. Poi gli lasciai un appunto e glielo consegnai in occasione del saluto di fine anno ai giornalisti. Lui lo guardò, lo piegò e mi disse: “Lasciamici pensare”. Tornai alla carica l’anno successivo: non diceva mai “no”, ma neanche “sì”. E la cosa è andata avanti per anni. Finalmente, nel 2006 dopo che era stato candidato a Papa, tornammo alla carica. Lui dapprima ci accolse con un certo distacco, poi andò a prendere della scartoffie: “Qui ci sono tutti i miei discorsi, fatene quello che volete”». Finalmente avevate vinto. «Eh no! Non aveva senso fare una raccolta dei suoi pensieri, noi volevamo un’intervista. Glielo dissi e lui mi diede ragione. La prima cosa che gli chiesi fu che cosa intendesse con la frase “Percorrere la pazienza”, che aveva usato durante una messa. Si accese: “Questi sono gli argomenti su cui mi trovate!”. Da lì cominciò a rispondere e andammo avanti per ore».

Ogni quanto vi vedevate?
«Ogni lunedì. Ci diede appuntamento alle 8. Troppo presto per noi giornalisti abituati a far tardi. Chiedemmo se si poteva fare alle 10: contrattammo, alla fine ottenemmo che ci si vedesse alle 9. Due ore e mezzo-tre ogni volta. Tutto partiva con le battute sul calcio di Sergio, Bergoglio rispondeva con il suo humour e poi si partiva con le domande. Andammo avanti per due anni: una ventina di incontri».

Che cosa ha detto Bergoglio del risultato finale?
«Quando ha visto la copertina non gli è piaciuta la sua faccia. D’altronde lui non voleva fare le foto. Ci diede delle immagini dal suo album personale, ma non voleva posare per la copertina. Al punto che dovemmo studiare uno stratagemma. Chiedemmo di fare delle foto ricordo, poi con un pretesto lo facemmo avvicinare alla finestra e il fotografo lo immortalò. Il contenuto del libro, invece, gli piacque. Pensate che ha corretto lui l’ultima prova di stampa».

Cosa ha provato quando lo ha rivisto sul balcone di San Pietro?
«Ho avuto angoscia per l’enorme responsabilità che gli cadeva sulle spalle, ma allo stesso tempo quando ho rivisto quel sorriso ho pensato che fosse al posto giusto».

Qual è la cosa che l’ha colpita di più?
«La sensibilità, l’attenzione all’altro. Un enorme cuore e una testa uniti a una grande spiritualità. Ma anche un uomo calato nel mondo reale: vive con i piedi per terra».

Lascia un’eredità in Argentina?
«Sì, assolutamente. Aveva persone che gli erano vicine e una linea diretta con i sacerdoti. Lascia una scuola di pensiero e di atteggiamenti. Ha cambiato sostanzialmente la Chiesa argentina e credo che lascerà un’altra Chiesa nel mondo».

di Andrea Di Quarto

TAG

, , , , , ,

VEDI ANCHE