Il Papa presto a Pietralata e Tor Bella Monaca

4 febbraio 2015 Foto e video story

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14/12/2014 Roma, la visita del Papa alla parrocchia di S. Giuseppe all'Aurelio (credits: Agf)

14/12/2014 Roma, la visita del Papa alla parrocchia di S. Giuseppe all’Aurelio (credits: Agf)

Anche questo racconto, come tanti che riguardano papa Francesco,inizia con un telefono che suona. A chiamare don Aristide Sana e don Francesco De Franco, però, non è stato il Pontefice, ma monsignor Agostino Vallini, il cardinale vicario di Roma, che nei giorni scorsi ha telefonato ai due parroci per informarli che Francesco aveva intenzione di visitare le loro parrocchie: San Michele Arcangelo a Pietralata e Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca.

Inizia con Pietralata e Tor Bella Monaca
Sono due zone di Roma non proprio delle più facili: Pietralata è un quartiere che porta su di sé ancora tante piaghe del passato, a poche centinaia di metri dalla Stazione Tiburtina e dai suoi sbandati; Tor Bella Monaca per i romani è la periferia per eccellenza, quella in cui non si va a meno che non sia proprio indispensabile… Francesco, dunque, ricomincia le visite nelle parrocchie della “sua” città (non dimentichiamo, infatti, che il Papa è il vescovo di Roma) dalla periferia.

«Vuole andare in parrocchie popolari », spiega don Aristide, volto spigoloso su cui, a tratti, compare un sorriso che conquista. E chissà, forse è per questo che qualche anno fa è stato scelto come testimonial per la campagna della Conferenza Episcopale Italiana per la destinazione dell’8 per mille alla Chiesa.

Don Aristide è arrivato a San Michele Arcangelo nel 1998 e la sua parrocchia è un punto di riferimento per tutto il quartiere: le famiglie bisognose qui trovano indumenti, alimenti, aiuto economicoDove riusciamo ad arrivare…») e consulenza per il lavoro: «Distribuiamo tra i 150 e 200 pacchi al mese», dice. E se gli chiedi quante volte vede a messa quelli che aiuta, risponde con aria sorniona: «Vengono a prendere i pacchi, non in Chiesa. La povera gente s’attacca dove può».

Anche al Redentore di Tor Bella Monaca si distribuiscono pacchi di viveri ai bisognosi: «La nostra chiesa è un punto di riferimento per tutto: bollette da pagare, medicine da comprare, visite mediche specialistiche», racconta don Francesco. Sa bene, e non lo nasconde, che «se nessuno aiuta chi ha bisogno, c’è subito chi si propone di farlo in modo criminoso. Le braccia di chi spaccia o di chi ruba sono sempre aperte».

Visite che sono uno spiraglio di luce
Fin troppo facile, dunque, immaginare quale spiraglio di luce rappresenti la visita di papa Francesco per queste comunità. Al punto che, mentre la parrocchia di don Aristide è stata scelta («Mi ha telefonato il cardinale Vallini per chiedere la nostra disponibilità »), don Francesco si è mosso in prima persona: «Prima ho dato al cardinale Vallini la mia disponibilità a organizzare la visita di Francesco e poi ho anche scritto una lettera al Papa». Ma che cosa succede realmente in una parrocchia dal momento in cui arriva la fatidica telefonata?

In questi giorni i preparativi fervono soprattutto a Pietralata, dove il Pontefice arriverà già domenica prossima; a Tor Bella Monaca la visita è prevista per l’8 marzo. «Un risultato l’abbiamo già ottenuto: stiamo pulendo più del solito», scherza don Aristide indicando due mobili nel suo studio «che fino a qualche ora fa erano pieni di carte e ora sono precisi e ordinati». Pulizie a parte, il parroco non nasconde il disappunto iniziale: «Quando ho chiuso il telefono, mi sono detto: “E mo’?”. Poi, dopo averlo comunicato alla gente nelle messe della domenica successiva, abbiamo cominciato a organizzarci e a sistemare tutto. Un po’ come si fa in casa per il matrimonio della figlia».

Per accoglierlo si attivano i volontari
Dal punto di vista pratico, i volontari che lavorano a San Michele Arcangelo stanno sistemando le sale dove, spiega don Aristide, Francesco «incontrerà i bambini, i malati, i neonati con i genitori e i catechisti del Battesimo. Cerchiamo di capire anche cosa vorrà fare con i giovani… Qui in parrocchia ne abbiamo tanti e molti sono studenti. In quartieri come il nostro, i giovani o sono seri o sono sbandati, non abbiamo vie di mezzo».

Inoltre, mentre gli scout pensano a un servizio d’ordine che forse affiancherà quello ufficiale e qualcuno prepara le bandiere che sventoleranno in strada, «con i genitori del catechismo stiamo leggendo gli scritti del Papa».

Incontri che danno amore e speranza
Tuttavia, aggiunge don Aristide: «Non voglio che qualcuno accolga il papa come la Madonna di Fatima. Desidero solo che la sua visita aiuti la gente a trovare un po’ di speranza. Lo dirò anche a lui: i problemi rimarranno, ma almeno sapremo che c’è qualcuno che ci incoraggia». Su questo “effetto collaterale” dell’incontro con Francesco, non ha dubbi: «Ho parlato con i parroci che hanno già ricevuto il Papa e me lo hanno confermato. Francesco lascia sempre dietro di sé la speranza. E il suo insegnamento fa bene: come dice lui, dobbiamo stare per la strada in mezzo alla gente e conoscere le persone».

Don Aristide conclude con una battuta: «Per i miei 50 anni di messa, due ex compagni di seminario hanno organizzato per andare alla funzione di Santa Marta. Accadrà il 10 febbraio, due giorni dopo la visita di Francesco nella nostra parrocchia. Sono sicuro che, quando mi vedrà, dirà: “Ancora tu? Un’altra volta?”».

Curiosità:  ecco come si può invitare il Pontefice
Nel cuore di tanti parroci c’è il desiderio di ospitare papa Francesco. Come si può fare? Per la Diocesi di Roma, la procedura può essere più semplice, perché Bergoglio è il vescovo della città e fin dai tempi di Giovanni XXIII i papi hanno sempre fatto visita alle parrocchie. Tendenzialmente è lo stesso Pontefice, in accordo con il cardinale vicario Vallini, a individuare le chiese più adatte, ma sulla scelta pesa anche l’attenzione del Papa per le periferie.

Spesso sono anche i parroci a segnalare l’intenzione di ospitare il Papa scrivendo al cardinale vicario o direttamente a Francesco. Nel caso, invece, la parrocchia non sia nella diocesi di Roma, solitamente è il vescovo a raccogliere il desiderio del parroco e a farsene interprete: la tappa alla chiesa potrebbe rientrare in un’eventuale visita del Santo Padre.

di Benedetta Capelli e Tiziana Lupi

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