Francesco: “Penso che il mio pontificato sarà breve”

22 marzo 2015 Foto e video story

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(credits: Getty Images)

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In occasione del secondo anniversario della sua elezione, papa Francesco ha accolto a Casa Santa Marta la giornalista messicana Valentina Alazraki a cui ha rilasciato un’intervista che è stata trasmessa in due puntate sulla rete televisiva messicana Televisa. La loro è stata lunga e intensa chiacchierata, in cui il Pontefice ha toccato tantissimi argomenti. Abbiamo raccolto i passaggi più significativi, nella traduzione pubblicata sull’Osservatore Romano.

Tutti i messicani si domandano: com’è possibile che non venga a visitarci. Speravano che sarebbe venuto a settembre.
Mi sarebbe piaciuto entrare negli Stati Uniti dalla frontiera messicana. Ma se fossi andato a Ciudad Juarez, per esempio, e fossi entrato da lì, o a Morelia, e fossi entrato da lì, si sarebbe creata un po’ di confusione. Non si può visitare il Messico a pezzetti, occorre una settimana. Prometto un vero viaggio in Messico, come il Paese che merita.

Che cosa rappresenta per lei la Vergine di Guadalupe?
Ha toccato un tema che sento molto. È la madre che porta la buona novella in Messico. È una madre che sta aspettando un bambino. È il principio di una cosa di cui noi parliamo molto in America: è l’abbondanza della santità. Essendo una fonte di unità culturale, porta verso la santità, in mezzo a tanto peccato, a tanta ingiustizia, a tanto sfruttamento e a tanta morte.

Sul volo di ritorno dalle Filippine ha detto che le sarebbe piaciuto visitare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Lei è figlio di immigrati, quindi ha nel sangue ciò che questo significa. Quale sarebbe il senso della sua presenza, lì, in quella frontiera?
Gente non solo del Messico, ma del Centroamerica, del Guatemala attraversa tutto il Messico per cercare un futuro migliore. L’emigrazione, oggi, è frutto del malessere, della fame, della ricerca di nuove frontiere. Lo stesso accade in Africa con tutta quella gente che supera il Mediterraneo e che proviene da Paesi che stanno vivendo momenti difficili.

Ma oggigiorno la migrazione è molto legata alla fame, all a mancanza di lavoro, alla tirannia di un sistema economico che mette al centro il dio denaro. L’Italia è stata molto generosa, voglio dirlo. Il sindaco di Lampedusa si è messo totalmente in gioco, anche a costo di trasformare la sua isola, terra di turismo, in un luogo dell’accoglienza. Ora, grazie a Dio, vedo che l’Europa sta rivedendo la sua politica.

Ma tornando alla migrazione in Messico, si tratta di un’area di grandi scontri per il problema del narcotraffico. Qui si soffre molto. Morelia, tutta quell’area, è una zona di estrema sofferenza dove le organizzazioni dei trafficanti di droga sono messaggere di morte, sia per la droga sia perché eliminano quelli che si oppongono a loro.

E 43 studenti in qualche modo stanno chiedendo giustizia, di venir ricordati (furono trucidati da trafficanti l’11 novembre scorso, ndr). Per questo ho voluto fare cardinale, l’arcivescovo di Morelia (Alberto Suarez Inda, nominato il 14 febbraio). È un uomo che vive in un’area molto calda ed è la testimonianza di un vero uomo cristiano, un grande sacerdote.

Come primo Papa latinoamericano, sente di essere la voce di milioni di persone che si vedono nella situazione di dover uscire la loro Paese?
Mi viene spontaneo, per il mio sangue di migrante. Mio padre e i miei nonni andarono in Argentina. Avevano buone ragioni: la nonna era impegnata nel l’Azione Cattolica e, sebbene non le fecero mai bere l’olio di ricino (era la tortura tipica utilizzata da fascisti contro i loro oppositori, ndr), decisero di andare a cercare nuove strade.

Da qui viene tutta la sua sensibilità. 
Penso di sì. Inoltre in Argentina ho visto situazioni difficili. Di povertà, di emarginazione, di tossicodipendenza. E sono queste cose a muovermi. Mi viene naturale. Non ideologicamente.

Questa intervista coincide con il suo 2° anniversario. Che cosa è successo quel giorno?
La cosa è stata molto semplice. Io ero venuto con una piccola valigia, perché avevo calcolato che un Papa non ha mai cominciato il pontificato durante la settimana santa. Pertanto, sarei potuto venire e tranquillamente tornare a Buenos Aires per la Domenica delle Palme.

Avevo lasciato l’omelia sulla scrivania del mio ufficio ed ero venuto solo con lo stretto necessario. Avevo già il biglietto di ritorno. Inoltre non ero in nessuna lista dei papabili, grazie a Dio, e non mi passava per la testa. In questo voglio essere sincero. Nelle scommesse di Londra penso che stavo al quarantaduesimo o al quarantasettesimo posto. Un mio conoscente per simpatia ha puntato su di me: gli è andata bene!

È vero che nel conclave precedente aveva ottenuto una quarantina di voti? Si può dire?
No.

L’ha detto qualche cardinale…
Bene, lasciamolo a quel cardinale. Nulla era successo fino a quel mezzogiorno. E poi è successo qualcosa. A pranzo ho visto alcuni segni strani. Mi facevano domande sulla mia salute e cose del genere. E quando siamo tornati nel pomeriggiotutto era fatto. Anche per me è stata una sorpresa.

Nella prima votazione del pomeriggio, quando avevo visto che la situazione era ormai irreversibile, avevo accanto il cardinale Hummes, un mio amico. Quando la cosa è diventata evidente, mi ha detto: “Non ti preoccupare, così opera lo Spirito Santo”. Mi ha fatto sorridere. Quindi, nella seconda votazione, quando si raggiungono i due terzi, lui mi ha baciato e mi ha detto: “Non ti dimenticare dei poveri”. Mentre c’era la votazione, io recitavo il rosario. Avevo molta pace, direi persino incoscienza. La pace fino a oggi non l’ho persa.

E le piace essere Papa?
Non mi dispiace.

Che cosa le piace e che cosa non le piace di essere Papa?
L’unica cosa che mi piacerebbe, sarebbe poter uscire ogni giorno senza che nessuno mi riconosca. E andare in pizzeria e mangiarmi una pizza.

Sarebbe bello. 
Lo dico sempre. A Buenos Aires camminavo spesso per le strade. Andavo e venivo dalle parrocchie. È chiaro, cambiare abitudini e stare fermo oggi mi costa un po’, ma ci si abitua.

Le piace stare qui a Santa Marta?
Sì, semplicemente perché c’è gente. Stare da solo, non lo avrei sopportato. Non perché fosse lussuoso, come alcuni hanno detto. L’appartamento papale non è lussuoso, è grande. Ma quella solitudine non l’avrei mai sopportata. Venire qui, mangiare nel refettorio, celebrare una messa, alla quale per quattro giorni alla settimana partecipa gente da fuori, mi dà benessere spirituale.

Abbiamo la sensazione che lei, da un lato, è come se avesse molta fretta nel suo modo di agire e dall’altro, come se vedesse il suo pontificato a breve termine.
Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve, 4 o 5 anni al massimo. Non so. O due, o tre. Beh, due sono già passati. È una sensazione un po’ vaga. Le dico, forse no. È come la psicologia di  chi gioca e allora crede che perderà, per non restare poi deluso. Ma è una sensazione. Per questo lascio sempre aperta qualsiasi possibilità.

Lei ci ha anche detto che avrebbe seguito l’esempio di papa Benedetto XVI. 
È un problema teologico che si sono posti molti cardinali. Io credo che papa Benedetto abbia aperto una porta. Settant’anni fa non esistevano i vescovi emeriti. Oggi ne abbiamo 1400. Si è arrivati, cioè, all’idea, che un uomo dopo i 75 anni non può portare il peso di una Chiesa particolare.

Credo che Benedetto con grande coraggio abbia aperto la porta ai Papi emeriti. Non bisogna considerare Benedetto come un’eccezione. Forse sarà l’unico per molto tempo, forse non sarà l’unico. Oggi il Papa emerito non è una realtà strana, ma si è aperta la possibilità che possa esistere.

Si potrebbe pensare, come per i vescovi, che un papa rinunci dopo gli 80 anni. 
Anche. Si può. Ma a me non piace fissare un’età. Credo che il papato abbia qualcosa di ultima istanza. È una grazia speciale. Per alcuni teologi, il papato è un sacramento. Io non sono di questo parere, ma questo vuol dire che c’è qualcosa di speciale. Allora parlare di 80 anni crea una sensazione di fine pontificato che non farebbe bene.

Non sono dell’idea di fissare un’età, ma sono dell’idea di Benedetto. L’ho visto l’altro giorno al concistoro. Era felice, contento. Rispettato da tutti. Vado a trovarlo, gli parlo al telefono. Come ho detto, è come avere il nonno saggio a casa. Uno può chiedere consiglio. Leale fino alla morte.

Per quanto riguarda la Curia, sembra che lei sia intenzionato a cambiare molto più delle sue strutture: la mentalità, il cuore. La parola è proprio questa: cuore. E come si può ottenere?
Ogni cambiamento inizia dal cuore. Cioè dalla conversione del cuore. Ecco, per esempio, gli esercizi spirituali che facciamo già da due anni: andiamo lì, noi della Curia, i prefetti e i segretari dei dicasteri, circa 80 persone, e rimaniamo lì ad ascoltare il predicatore. Non è una conversione del cuore? Qualcuno mi sfida per questo, ma è anche una conversione del modo di vivere.

Credo che questa (la Curia, ndr) sia l’ultima corte che rimane in Europa. Le altre corti si sono democratizzate, anche le più antiche. C’è qualcosa nella corte pontificia che mantiene una tradizione un po’ atavica. E non lo dico in senso peggiorativo, ma come cultura. Questo bisogna cambiare: abbandonare quello che ancora ha della corte ed essere un gruppo di lavoro al servizio della chiesa, al servizio dei vescovi.

L’accentuazione dei simboli che lei ha voluto: l’abitazione, il vestire, la macchina. Questa accentuazione è come ricordare ogni giorno a tutti che qui si può vivere in modo diverso.
Sì, per esempio quando dopo l’elezione sono sceso, c’era un ascensore con vari cardinali: “Lei deve andare da solo, in quell’ascensore”, “No, io vado con loro” ho risposto. E quando sono sceso c’era una macchina che mi aspettava e io ho detto: “No, vado nel pulmino con loro”. Mi viene così, faccio finta. Cerco di essere come piace a me. C’è la Mercedes, io non posso andare in Mercedes o in Bmw. C’è questa Focus, è quella che uso, è più o meno un’utilitaria alla portata di un impiegato.

È così malata la Curia?
Questo va spiegato. Ho parlato di 15 malattie, poi nell’ultimo concistoro ho aggiunto la sedicesima che ho trovato molto simpatica.

Quale?
Quella di chi non ha il coraggio di criticare. Se uno non è d’accordo con il Papa, deve andare a dirglielo. Il quadro del mio discorso era
di fare un esame di coscienza.

Lei critica il “dio denaro”. Si dice che papa Francesco sia di sinistra, ma ha chiarito di seguire il Vangelo: solo i poveri sono buoni e i ricchi sono cattivi?
Io vengo da una famiglia che dopo il crollo del 1932 si è ripresa e, di classe media, si è sistemata. Cioè, non ho alcun risentimento. Io il 1932 non l’ho vissuto, però, bisognerebbe spiegare molte cose. 

Innanzitutto che dobbiamo abituarci a non utilizzare interpretazioni fuori moda. Oggi destrasinistra sono una semplificazione che non ha più senso. Quello che mi indigna di più è il salario ingiusto, perché uno si arricchisce a discapito della dignità dell’altro.

Circa il Sinodo sulla famiglia, si sono create molte aspettative tra le coppie che soffrono, tra i divorziati risposati, tra gli omosessuali.
Credo siano aspettative eccessive. Il Sinodo non l’ho voluto io, ma il Signore. La famiglia è in crisi. E da questo punto di vista, ritengo che
il Signore voglia che affrontiamo questo: preparazione al matrimonio, accompagnamento di coloro che convivono, di coloro che si sposano e conducono bene la loro famiglia, accompagnamento di coloro che hanno un insuccesso nella famiglia e hanno una nuova unione, preparazione al sacramento del matrimonio… Non sono tutti preparati, dobbiamo aiutare i giovani.

Un altro tema importante è stato quello degli abusi contro i minori.
Dopo i primi interventi a tolleranza zero, si continua così. La nostra Commissione serve alla tutela dei minori, cioè per prevenire. Il problema degli abusi è grave, la maggioranza accade nel contesto famigliare e nel vicinato. Un solo prete che abusi di un minore è sufficiente a far muovere tutta la struttura della Chiesa.

Come le piacerebbe essere ricordato?
Continuerò a fare lo stesso. E parlerò come parlo io, come un parroco perché mi piace parlare così. Non so se sia un difetto, però credo che la gente mi capisca.

di Matteo Valsecchi

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