Francesco ai papà: “Siate presenti in famiglia”

29 gennaio 2015 Foto e video story

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Francesco e monsignor Georg Gänswein si divertono con il giocoliere (credits: Getty Images)

Francesco e monsignor Georg Gänswein si divertono con il giocoliere (credits: Getty Images)

Tre palline verdi, un simpatico giocoliere, i sorrisi di papa Francesco che rasserenano l’udienza generale del mercoledì in una gremita Aula Paolo VI. Il saluto del circo Medrano a Bergoglio cancella, infatti, in un attimo quella piccola sfumatura di pessimismo, confessato dallo stesso Francesco dopo la sua catechesi dedicata alla figura del papà.

Afferma candidatamente  il Papa: «Padre, oggi Lei è stato troppo negativo. Ha parlato soltanto dell’assenza dei padri, cosa accade quando i padri non sono vicini ai figli… È vero ho voluto sottolineare questo, perché mercoledì prossimo proseguirò questa catechesi mettendo in luce la bellezza della paternità. Per questo ho scelto di cominciare dal buio per arrivare alla luce».

Con i trasformisti e due giocolieri
Ma la luce l’hanno portata già questa settimana i circensi. Innanzitutto una coppia di trasformisti che, proprio accanto a Francesco, si sono cambiati di abito almeno una decina di volte, concludendo la loro performance con una pioggia di coriandoli lucenti color argento e giallo. Poi è stata la volta di due giocolieri che hanno fatto volare in aria diverse clavette, conquistando l’applauso e il sorriso del Papa. E consegnando alle telecamere le varie espressioni buffe di Bergoglio, quelle che ormai abbiamo imparato a conoscere.

Protagoniste assolute, però, sono state tre palline da tennis verdi con le quali ha giocato un circense: Francesco ha seguito quasi rapito il simpatico andirivieni e forse per questo il giocoliere si è fatto audace e si è avvicinato al Papa. Pochi gesti di intesa e un rapido botta e risposta. «Posso?», «Certo, vieni!»… e nelle mani del Pontefice sono finite le tre piccole sfere, una subito restituita con un lancio di Francesco inatteso e niente male.

Nel gioco è stato coinvolto anche un divertito prefetto della Casa Pontificia monsignor Georg Gänswein, che ha preso in consegna le palline tornate, poco dopo, nelle mani del legittimo proprietario. La mattinata si è, dunque, conclusa così con questo siparietto all’insegna della spontaneità e della naturalezza in vero stile Bergoglio.

Un ragionamento in vista del sinodo
Tuttavia, prima del divertimento, ci sono state le intense parole di Francesco che riflettono ancora una volta il suo sguardo lucido sul mondo di oggi e sulla famiglia, lacerata dalle ferite delle separazioni, sofferente per i troppi fallimenti, in cammino verso il Sinodo del prossimo ottobre.

Padre” è la parola cara dalla quale parte Bergoglio, ricordando la «nuova profondità» che questa assume dopo la venuta di Gesù che a Dio si rivolgeva chiamandolo così. «Padre – afferma il Papa - è una parola nota a tutti, una parola universale. Essa indica una relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia dell’uomo». Eppure oggi, rimarca, si dice che la nostra sia una «società senza padri». La figura del capofamiglia, soprattutto nella cultura occidentale, «sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa».

Parole che hanno un peso e che inducono a un esame di coscienza. Francesco ricorda l’evoluzione di questa figura a partire dal padre-padrone «rappresentante della legge che si impone all’esterno, censore della felicità dei figli e ostacolo all’emancipazione e all’autonomia dei giovani». Un padre autoritario che trattava i figli come servi, capace solo di tarpare le ali, di non educare «in libertà».

Padri concentrati troppo su se stessi
Definizioni «non buone», sottolinea il Papa. Ma «come spesso avviene, si passa da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. I padri sono talora così concentrati su se stessi e sul proprio lavoro (e alle volte sulle proprie realizzazioni individuali) da dimenticare anche la famiglia».

Il Papa ricorda quando, ancora ai tempi in cui viveva a Buenos Aires, avvertiva «il senso di orfanezza», parola a lui cara che usò per la prima volta parlando al convegno della diocesi di Roma, il 16 giugno 2014. Allora, in un discorso di quasi un’ora a braccio, aveva descritto il profondo senso di smarrimento dei giovani, incapaci di sperare in una strada sicura, di guardare a maestri, di nutrire ideali.

«Spesso domandavo ai papà se giocavano con i loro figli, se avevano il coraggio e l’amore di perdere tempo con i figli. E la risposta era brutta, nella maggioranza dei casi: “Mah, non posso, perché ho tanto lavoro…”. E il padre era assente da quel figliolo che cresceva, non giocava con lui, no, non perdeva tempo con lui». È la descrizione del fallimento del padre. la responsabilità e il senso del dialogo Da qui l’invito di Francesco a un cammino comune di riflessione sulla famiglia, l’esortazione a essere più attenti.

«L’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi – ammonisce il Papa – e in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza. Alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. È più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani».

Orfani, dunque, in famiglia di padri che non si comportano come tali perché «non dialogano con i figli, non danno ai figli, con il loro esempio accompagnato dalle parole, quei principi, quei valori, quelle regole di vita di cui hanno bisogno come del pane». Mancanze che, approfondisce il Papa, derivano però anche da un senso di smarrimento degli stessi padri, travolti dal senso di responsabilità, lasciati soli nel loro perdersi.

Esserne i compagni non aiuta i bambini”
«A volte sembra che i papà non sappiano bene quale posto occupare in famiglia e come educare i figli. E allora, nel dubbio – evidenzia Francescosi astengono, si ritirano e trascurano le loro responsabilità, magari rifugiandosi in un improbabile rapporto “alla pari” con i figli. È vero che tu devi essere “compagno” di tuo figlio, ma senza dimenticare che tu sei il padre! Se tu ti comporti soltanto come un compagno alla pari del figlio, questo non farà bene al ragazzo».

Il richiamo di Bergoglio coinvolge, pure, la comunità civile che è incapace di mostrare la propria paternità verso i giovani e «spesso li lascia orfani e non propone loro una verità di prospettiva». andare in cerca di valori e maestri «I giovani rimangono, così, orfani di strade sicure da percorrere, orfani di maestri di cui fidarsi, orfani di ideali che riscaldino il cuore, orfani di valori e di speranze che li sostengano quotidianamente. Vengono riempiti magari di idoli ma si ruba loro il cuore; sono spinti a sognare divertimenti e piaceri, ma non si dà loro il lavoro; vengono illusi col dio denaro, e negate loro le vere ricchezze».

E allora l’unica strada è guardare al vero Padre, al maestro da ascoltare, alla speranza che cambia il mondo. Solo così «può esserci un futuro di fraternità e di pace per tutti». Papa Francesco chiude la sua catechesi riannodando i fili di un lungo e memorabile discorso, ritornando al Padre, la parola dalla quale era partito, e rivolgendo lo sguardo a Dio, la vera luce del mondo nel buio in cui spesso l’uomo è costretto a vivere.

Jorge Mario Bergoglio ritratto con tutta la sua famiglia (credits: Corbis Images)

Jorge Mario Bergoglio ritratto con tutta la sua famiglia (credits: Corbis Images)

Curiosità: Mario e Jorge, quelle domeniche insieme
Un lavoratore pieno di buona volontà (era un contabile), ma anche un marito affettuoso e soprattutto padre presente. Sicuramente papa Francesco nella catechesi di questo mercoledì incentrata sulla paternità avrà pensato al suo caro papà, Mario Giuseppe. O meglio José, detto all’argentina in onore di quella terra che lo ha accolto nel 1929 ancora ventenne dopo l’addio al Piemonte. Padre e figlio, uniti dagli stessi valori di vita e dalla stessa passione per il pallone.

Infatti uno dei ricordi che il Pontefice spesso ama rievocare è quello delle domeniche trascorse insieme a papà e al resto della famiglia sugli spalti dello stadio del San Lorenzo: quel “Gasometro” che si trovava nel quartiere di Boedo a pochi chilometri da casa. Un rapporto che non è mai stato intaccato, nemmeno quando il giovane Jorge Mario decise di assecondare la sua vocazione e diventare prete. Una scelta Mario e Jorge, quelle domeniche insieme difficile per quei tempi, ma a cui il padre mai si oppose e, anzi, sostenne. Un sostegno, purtroppo, durato non abbastanza: infatti Mario José se ne andò troppo, troppo presto, ad appena 53 anni…

 

(credits: Agf)

(credits: Agf)

Curiosità: Chi sono questi ragazzi in “kimono”?
Questi giovani, che dietro la balaustra indossano un “kimono” (è l’abito tradizionale giapponese), provengono dalla città di Nagasaki, ed è tristemente famosa perché colpita dalla bomba atomica durante la Seconda guerra mondiale. Sono giunti all’Aula Paolo VI vestiti così in onore di quattro studenti del loro Paese che nel 1582 vennero inviati a Roma dal gesuita Alessandro Valignano, missionario in Estremo Oriente. Valignano cercò di diffondere la Parola di Dio in tutta l’Asia e in Giappone andò per ben tre volte. Proprio Nagasaki fu il centro principale della sua missione. Tuttavia vi fu una forte opposizione al suo operato da parte dell’Imperatore, preoccupato dal fatto che i gesuiti intendessero sconvolgere l’ordine politico. Per questo motivo i religiosi furono vittima di una persecuzione.

 

di Benedetta Capelli

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