Don Carrara, prete degli ultimi, ora è vescovo

17 gennaio 2018 News

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04 Papa ArgentinaCon queste parole papa Francesco ha iniziato il suo pontificato: «Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!». Molti dei suoi gesti che gli vediamo fare frequentemente ci riportano in Argentina, dove il cardinale Bergoglio aveva già sperimentato la chiesa che voleva edificare. Uno dei cardini su cui si poggia questa “sperimentazione” ha un nome, Oscar Gustavo Carrara, un religioso di quelli che piacciono a lui, uno che ha sempre voluto stare fra la gente, fra gli ultimi. Dallo scorso 16 dicembre, padre Carrara, 44 anni, è vescovo ausiliare della capitale argentina Buenos Aires, un “vescovo povero tra i poveri”. 

Che effetto le fa essere il primo vescovo nelle “villas miseria” (le baraccopoli argentine)? 

«Sono allegro e in pace, continuerò una pastorale che ha dato un profondo senso al mio sacerdozio».

Lei incarna l’impronta che Francesco sta dando alla chiesa, soccorso e aiuto nel mondo di chi ha bisogno.

«Nella mia prima omelia ho ripreso un messaggio del Papa. Come ogni anno nuovo, lui  propone un tema per la nostra preghiera, per una nostra riflessione e azione. In questo caso si è rivolto ai migranti e rifugiati, uomini e donne che cercano la pace. Nel mondo sono più di 250 milioni, un numero impressionante: il nostro Papa seguendo il Vangelo di Gesù è amico delle azioni concrete, delle azioni che si fanno carne e soccorrono le nostre miserie».

In passato che cosa ha rappresentato per lei la figura di Bergoglio?

«Bergoglio è stato per noi un padre; un padre che è vicino ai suoi figli ma allo stesso tempo confida in loro, dando responsabilità e fiducia. Insomma, lascia fare. Ricordo il suo impegno qui a Buenos Aires: interveniva molte volte, osservava il lavoro che svolgevamo noi nelle villas e ci trasmetteva entusiasmo perché le cose riprendessero vigore. Alla fine il suo intervento garantiva un risultato migliore». 

In queste foto la vediamo con il cardinale Bergoglio in una celebrazione. Dove eravate?

«Eravamo in una delle sedi di “Hogar de Cristo”, un’associazione benefica vicina alla Compagnia del Gesù, nella popolosa zona di “Bajo Flores”, una delle più povere di Buenos Aires. Si riferiscono alla lavanda dei piedi del Giovedì Santo. Le foto sono del 2012. In questo centro di quartiere, cerchiamo di stare vicino alla gente che vive in situazioni di sofferenza sociale, soprattutto a causa della droga. L’edificio che vede, così come la scuola di arte ma anche gli uffici, li abbiamo potuti acquistare grazie al Cardinale Bergoglio che riuscì a reperire i fondi necessari».

Ricorda il suo primo incontro con Bergoglio?

«Lo conobbi durante una messa che venne a celebrare qui nella Parrocchia di Gesù Bambino… era un Natale. Mi colpì il fatto che la sua benedizione era particolare, anche se per lui quelle parole erano usuali. Mi disse: “Che il Signore ti benedica e ti protegga e ti mostri la sua grazia e ti faccia scoprire la sua pace”!». 

Avete avuto modo di rivedervi ancora altre volte da allora?

«Ricordo l’incontro dell’8 maggio del 1998, perché era il giorno della Vergine di Lujan, una festa molto importante per noi argentini. Mi colpì il fatto che il vescovo, cioè Bergoglio, partecipasse al pellegrinaggio. Poi lo incontrai in altre occasioni. Il ricordo più bello però è legato alla cerimonia del 24 ottobre 1998, quando lui ordinò sacerdoti me e i miei compagni di corso. Purtroppo non ho ancora modo di andare a trovarlo a Roma».

Ora che rapporto avete?

«Buono ma non è che ci sentiamo di frequente. Ci scriviamo e qualche volta ci sentiamo per telefono. Mi chiama lui. Una delle prime volte gli ho scritto io ringraziandolo per un gesto fatto per la nostra parrocchia: ci ha fatto avere dei fondi con i quali abbiamo aperto una stazione radio nel quartiere. Mi ha risposto di suo pugno. Io non me l’aspettavo. Mi dissi: “Beh, anche se il Papa è tifoso del San Lorenzo e io lo sono del Boca (due squadre di calcio di Buenos Aires che sono grandi avversarie, ndr), mi ha risposto lo stesso e ci ha messo il suo solito buonumore… Scherzo naturalmente».

A proposito di calcio, lei sta portando avanti un progetto sociale molto importante.

«È la squadra di pallone del quartiere, il Club Atletico Madre del Pueblo. È nata nel 2012 nella mia Parrocchia (che si chiama appunto così). Cerchiamo di promuovere attraverso lo sport, la cultura, l’educazione e l’azione sociale un progetto di solidarietà verso i meno fortunati. Il nostro è stato il primo club legalmente costituito dentro una “villa miseria” a Buenos Aires».

In questo vediamo molto l’opera di Francesco. E oggi che  cosa la colpisce di più dell’azione di Francesco?

«Che parla fondamentalmente attraverso i gesti: con i gesti precede le parole. Nel mondo di oggi non si legge tanto, viviamo nella cultura dell’immagine: lui sposa naturalmente questa “filosofia” moderna e con i suoi gesti mostra molto e dice molto. Anche senza bisogno di parole».

Lei è stato nominato vescovo nella giornata mondiale dei poveri… 

«Sì, ma non è tutto. Le svelerò un dettaglio ancora poco noto a tutti. La casula che ho indossato per questa occasione è la stessa che utilizzò Bergoglio quando era cardinale. Di ritorno dalla 5ª conferenza episcopale di Aparecida, nel 2007 (per molti, uno dei momenti più significativi del sacerdozio di Bergoglio prima di diventare Papa, ndr), in Brasile, il cardinale presidiò la cerimonia per la creazione della nuova Parrocchia “Vergine Immacolata”, dove mi aveva nominato parroco. Era l’8 dicembre, al termine della celebrazione si tolse la casula e me la regalò». 

E adesso che è vescovo cambierà qualcosa nella sua vita? 

«Direi di no. Continuerò a vivere tra i meno fortunati, senza perdere le mie abitudini, come quella di consegnare piatti caldi nella notte ai bisognosi di Buenos Aires».

di Adriano Alimonti e Federico Wals

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