Parla l’assistente di Bergoglio in Argentina: “Ho lavorato col futuro Papa”

16 marzo 2017 News

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12 Papa GorleriPer conoscere a fondo il pensiero di papa Francesco prosegue il nostro viaggio alla ricerca dei personaggi che hanno avuto la fortuna di stargli accanto quando ancora era a Buenos Aires.  E tra questi c’è Victoria Morales Gorleri che ha lavorato con monsignor Bergoglio per 15 anni nell’arcivescovado di Buenos Aires. Oggi è sottosegretario della responsabilità sociale nel ministero dello Sviluppo Sociale del governo argentino.

Ha lavorato con Bergoglio per 15 anni, non sono pochi.

«Assolutamente no. Lo conobbi nel 1998, quando iniziai a lavorare in Diocesi e lui fu nominato arcivescovo di Buenos Aires. Quell’anno nacque il mio primo figlio, Santiago, e il mio ufficio era nello stesso edificio dove Bergoglio viveva. Così lo incontravo spesso. Anche per questo è sempre stato al fianco della mia vita personale».

Che tipo di lavoro svolgeva con Bergoglio? 

«Lavoravamo soprattutto a progetti educativi per i giovani perché lui era molto preoccupato per il loro futuro. Così, attraverso la responsabile per l’educazione dell’arcivescovado, ci spingeva a sviluppare progetti che li aiutassero alla realizzazione dei loro obiettivi di vita. Abbiamo lavorato anche sui programmi per sostenere e accompagnare gli insegnanti, altra sua grande preoccupazione».

I giovani sono da sempre nei pensieri di Francesco. 

«Certo. In Argentina è nato il progetto che ha dato vita a Scholas Occurrentes (l’associazione fondata da papa Francesco fra le scuole di tutto il mondo, ndr.). Iniziammo con i ragazzi di 5 istituti per un esperimento che poi si è esteso da Buenos Aires a tutto il Paese. Abbiamo coinvolto i ragazzi che dovevano scegliere i temi che più li affliggevano: in genere erano violenza e traffico di esseri umani. Una volta scelti gli argomenti dovevano fare proposte risolutive che potessero diventare progetti di legge per la città. Questi lavori  duravano mesi e coinvolgevano molte persone con differenti punti di vista e di diverse classi sociali. Per noi era molto proficuo che potessero ascoltarsi e confrontarsi. Questa è stata una delle principali iniziative portate avanti con monsignor Bergoglio, ma abbiamo lavorato anche in altre direzioni su progetti educativi e sociali».

Nel frattempo il futuro papa Francesco ha visto crescere la sua famiglia.

«Direi proprio di sì. Oggi ho cinque figli, mentre stavo lavorando nell’arcivescovado erano quattro: Santiago, Ezechiele, Raffaele e Lautaro. Bergoglio li vedeva crescere e s’informava su di loro. Mi vedeva portare avanti le gravidanze fino a quando nasceva sempre un maschietto! Ricordo che a un certo punto ha iniziato a chiedermi con insistenza: “Ma quando arriva la bambina? Quando arriva la bambina…?”. Con mio marito abbiamo cercato di avere altri figli, ma senza risultati».

Avevate abbandonato il progetto di avere un altro figlio?

«No, ma c’è stato un episodio curioso. Otto anni dopo Bergoglio fu proclamato Papa. Siamo andati a Roma e abbiamo partecipato a una festa per l’evento. Successivamente siamo stati ricevuti a Casa Santa Marta. Quando lo incontrai mi disse sorridendo: “Ora si che arriverà una bambina!” Non gli credetti e risposi: “No, la bambina non arriva!”».

E come è finita?

«Che proprio quell’anno sono rimasta nuovamente incinta. Al Papa mandai una mail raccontandogli della dolce attesa e decidemmo di tornare a Roma con mio marito. Ero al quinto mese di gravidanza e proprio in quei giorni ricevemmo la notizia che era una bambina, la bambina tanto sognata! Oggi ha due anni: si chiama Francesca».

Famiglia, chiesa, tanti impegni ai quali si è aggiunto quello politico.

«Sì. Già nel dicembre del 2007 ho preso la decisione di entrare in politica e sono diventata consigliere nel governo locale della città di Buenos Aires. Un cammino lungo il quale Bergoglio mi è sempre stato vicino. Lo consultavo, gli ponevo domande e lui non mi diceva cosa fare o non fare, ma mi guidava come un pastore sostenendomi nei momenti difficili delle decisioni politiche. Oggi il mio lavoro è ispirato alla sua enciclica Laudato Si’».

La politica locale è stata abbandonata?

«Sì. Dal dicembre del 2015 sono sottosegretario della responsabilità sociale nel ministero dello Sviluppo Sociale del governo argentino. Il mio impegno è vicino agli ultimi, alle persone più vulnerabili, però credo fortemente di lavorare secondo il grande insegnamento che mi ha lasciato il Papa, “la cultura dell’incontro”. La mia funzione è di creare progetti che risolvano problematiche sociali, ambientali, economiche. Un lavoro basato sulla mediazione fra imprese, organizzazioni sociali civili e Stato. Questa credo sia la vera cultura dell’incontro che il Papa tanto cerca di insegnare al mondo».

Che ricordi personali ha di Bergoglio in Argentina?

«Era un tipo molto particolare. Come saprete non ha mai avuto la macchina o un autista; lo trovavo in metropolitana e molte altre volte mi capitava di incontrarlo anche nelle “villas miserias” (si chiamano così in Argentina gli insediamenti poveri formati da case precarie, ndr.). Ricordo che un giorno stavo visitando una famiglia e lo incontrai, camminava da solo in una zona non molto tranquilla. La cosa mi sorprese, ma era il suo modo di fare».

E lui non aveva paura di stare
in mezzo al pericolo?

«Le racconto un episodio. Nel 2001 è esplosa la tremenda crisi finanziaria in Argentina, una catastrofe in termini economici e sociali per il nostro Paese. Un giorno, durante una manifestazione pubblica in pieno centro di Buenos Aires ero al lavoro in arcivescovado e potevo sentire tutto. Era un momento di forte tensione: mi affacciai a una finestra e vidi Bergoglio tra la folla. È questo che mi ha sempre colpito: cercava di conoscere la realtà tra la gente, non si accontentava delle storie che gli raccontavano gli altri sacerdoti o i dirigenti politici».

È nel suo stile, predilige il contatto diretto. 

«Sempre. Un giorno, ad esempio, lo consultai per una legge legata ai malati di AIDS e lui mi parlava con una padronanza impressionante, non solo dal punto di vista spirituale ma anche medico. Compresi che era stato a lungo negli ospedali. Aveva la particolarità di conoscere la realtà, guardando con i propri occhi».

Che rapporto ha lei oggi con papa Francesco?

«Continua a essere il mio pastore anche se da lontano.  Non lo consulto spesso come prima, ma ci sentiamo lo stesso con affetto. Lo accompagno da qui in Argentina, insieme a molti altri, con le preghiere costanti e una grande ammirazione».

di Adriano Alimonti e F. Wals

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